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La caccia di Stefano Molinari «La vita è così breve che bisogna viverla al cento per cento senza pregiudizi né chiusure mentali»
Energico, vitale e inarrestabile, Stefano Molinari sta per tornare su Rai Uno con un nuovo film per la Tv, "La caccia", in cui recita accanto a Claudio Amendola, Alessio Boni e Simona Cavallai, per la regia di Massimo Spano. Nel frattempo attraversa l'Italia per la tourneè di "Il postino suona sempre due volte" e continua a condurre il suo seguitissimo talk show su Radio Radio. Odia la routine e i soprusi e crede che la vita, proprio perché è così breve, debba essere vissuta sempre al cento per cento.
Iniziamo a parlare del tuo ultimo lavoro, "La Caccia", film in due puntate per Rai Uno Io interpreto il commissario capo Rienzi. La storia inizia col duplice omicidio ai danni della famiglia di Alessio Boni e la polizia brancola nel buio. L'indiziato numero uno è Claudio Amendola e il gioielliere (interpretato da Boni, ndr) decide di mettersi sulle sue tracce cercando di farsi giustizia da solo. A questo punto la polizia, cioè io, deve evitare che un onesto cittadino si trovi costretto ad andare contro la legge. Per prepararti a questo ruolo hai avuto la possibilità di affiancare nel suo lavoro un vero commissario di polizia Sì, e poi mi sono ritrovato a girare le scene proprio nell'ufficio del commissario che avevo affiancato. La cosa triste è che mentre giravamo con le vere macchine della polizia la gente si chiedeva: «Ma c'è stata un'altra rapina?». Vivere in uno stato di insicurezza porta a tirare fuori il peggio di sé. La tranquillità è fondamentale per non essere spinti a cedere "al lato oscuro della forza", per citare "Guerre Stellari". E come ti sei trovato a lavorare direttamente a contatto con la polizia? Mi è servito certamente per imparare come ci si muove nell'ambiente e come si vive, vista la tensione che esiste là dove c'è anche gente che rischia la vita. Ma anche a far aumentare il rispetto e la stima verso queste persone, perché ho scoperto che chi fa il poliziotto, o almeno la stragrande maggioranza, lo fa proprio perché vuole fare il poliziotto. Anche se forse è una visione un po' troppo romantica della polizia, il loro obiettivo è proprio difendere i deboli dai forti. Il pubblico sta imparando a vederti spesso nei panni del rappresentante della legge: pm in "Sospetti 2", avvocato di Luca Barbareschi in "Rivoglio i miei figli" e ora commissario di polizia. È un caso che ti abbiano offerto proprio questi ruoli? Pensa che adesso mi trovo in tourneè con "Il Postino suona sempre due volte" e interpreto il ruolo del magistrato che fa le indagini. È una cosa piuttosto curiosa. Probabilmente agli altri sembra che io abbia una faccia dura come la giustizia, ma forse è perché c'è dentro ognuno di noi la tendenza a fare le cose che rappresentano la nostra natura, e io sono assolutamente contrario ai soprusi. Se non avessi fatto l'attore, nella vita probabilmente avrei fatto il poliziotto. Oltre a Tv e cinema non ti fai mancare neanche il palcoscenico Il teatro è la palestra di tutti e tutti gli attori lo devono fare per conoscere la gente, vedere direttamente le reazioni del pubblico e devono farlo il più possibile. Nessun attore può prescindere dal teatro. E sei anche conduttore radiofonico Sì, ho iniziato per caso. Uno dei conduttori voleva fare un corso di recitazione e io in quel periodo facevo l'insegnante, un'altra esperienza che mi ha dato e mi dà delle soddisfazioni. Così sono entrato in contatto con questo mondo. Bisogna assolutamente ampliare i propri orizzonti e per un attore è fondamentale, perché più sei consapevole di ciò che ti circonda, più riesci a mettere spessore nelle cose che fai. E poi basta osservare e leggere le facce della gente che le storie vengono fuori da sole, vengono fuori le vite. E noi attori facciamo questo di mestiere: interpretiamo le vite degli altri. Ma tra cinema, teatro, Tv e radio, cosa preferisci? Qual è l'ambiente in cui ti senti più a tuo agio o del quale proprio non puoi fare a meno? In realtà non riesco a scegliere. Chi mi scolta su Radio Radio mi dice: «Però come attore non sei male». Chi mi vede recitare mi dice: «Però come conduttore non sei male». Quindi c'è il rischio di essere tacciato di dilettantismo, ma vorrei non scegliere perché c'è poco tempo e la vita è così breve. Se fosse possibile, vorrei continuare a fare tutto perché più vivi e meglio è. Tornando alle origini, il tuo debutto è stato nel Macbeth sotto la regia di Vittorio Gassman. Cosa ti ha lasciato questo incontro? Ce ne sono stati poi altri così importanti? Tutti gli incontri sono importanti. Certo i primi sono quelli che ti formano. E Gassman mi ha insegnato tutto, anche i rischi di questo mestiere, come quello di perdere il senso della realtà. Per Gassman tutti gli attori sono dei malati e quella per il teatro è una passione che deve essere tenuta a bada. È importante come si sta in scena, come si sviluppa un personaggio collaborando con gli altri, ma bisognerebbe non preoccuparsi mai delle battute. Le battute, mi diceva Gassman, dovrebbero essere l'ultimo dei pensieri per un attore. Quelle vengono fuori da sole.
C'è un ruolo, un personaggio che vorresti interpretare o un autore che vorresti portare in teatro? Io amo essere sorpreso e qualsiasi cosa venga va bene. La routine è una cosa che odio sia nella vita sia nel lavoro. Vorrei fare tutto. Certo è bene porsi degli obiettivi da raggiungere. Però poi la vita è talmente sorprendente e varia, ed è un gioco talmente breve, che è meglio succhiarsela tutta, vivendo il più possibile. Progetti per il futuro? A fine tourneè mi dedicherò alle riprese, che adesso si stanno realizzando in Bulgaria, della serie "Un caso di coscienza 2", per la regia di Somma. Un saluto per i nostri lettori... Chiunque capiti su questa pagina e ha voglia, può scrivermi per dirmi cosa pensa di quello che vede in giro, di quello che lo circonda. E poi un invito: vivere la vita al cento per cento senza pregiudizi né chiusure mentali.
14
gennaio
2005
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