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La musica solo per mangiare Suzanne Vega ha scelto la letteratura. Scrive poesie e racconti, collabora con il New York Times e ha appena pubblicato il suo secondo libro. La chitarra? Un mezzo di sostentamento
Si dice che la vita riservi il meglio alle donne una volta superati i quarant'anni. Per Suzanne Vega è stato così. Nata nel 1959 in California, è cresciuta a New York con un sogno nel cuore: quello di scrivere un libro, un giorno. Poi, però, bisogna fare i conti con la realtà e con quel che si ha nel portafogli, così, terminati gli studi universitari, Suzanne si è mantenuta facendo un po' di tutto: la babysitter, la dogsitter, la segretaria, la costumista, la fattorina, la bibliotecaria e la rappresentante di cosmetici. Ma soprattutto si è mantenuta suonando e cantando. Il successo mondiale della orecchiabilissima "Luka" (tradotta in italiano e reinterpretata da Paola Turci) le ha consentito di tentare finalmente la strada della letteratura. Con il suo primo libro, "Solitude standing", ha conquistato un certo numero di recensioni positive, la stima dei più severi critici e l'attenzione del New York Times, a cui ha strappato una collaborazione fissa. In questi giorni esce nelle librerie la sua seconda fatica, "Giri di parole" (Minimum Fax), che Suzanne sta promuovendo per i teatri della Penisola.
Ormai lei è stata invitata in Italia più volte come poetessa che come cantante È vero e la cosa mi dà enorme soddisfazione. Ho un ottimo rapporto con la casa editrice, sono stata invitata da loro per presentare i miei libri attraverso le letture in teatro e in questo modo ho potuto instaurare un rapporto speciale con il pubblico, che risponde in modo entusiasmante.
Quindi per una volta non ci sentiremo dire da un artista che viene in Italia per gli spaghetti e la pizza (Ride, ndr.) No, anche se quando vengo qua mangio parecchia pasta, non posso negarlo. Direi però che il mio chitarrista è il più entusiasta di tutti. È la sua prima volta in Italia e non riesce a capacitarsi all'idea che il cibo qua sia così buono, la qualità della vita così alta, il tempo così bello...
Questo nuovo testo è un libro anomalo Sì, perché è un volumetto leggero, breve, e perché raccoglie generi diversi. C'è una novella che ho scritto tempo fa per il New York Times, ci sono delle storie che di solito racconto quando mi esibisco sul palco, c'è la trascrizione di una lunga chiacchierata con Leonard Cohen...
A proposito del New York Times: oltre che cantante e scrittrice anche giornalista. Un ruolo che le si confà? Direi proprio di sì. Mi piace da morire scrivere e soprattutto scrivere per il NYT. È molto divertente lavorare ai compiti che mi assegnano. E poi sono così orgogliosa!
E immagino. Il New York Times è la Mecca, il quotidiano dei quotidiani, tra i più prestigiosi al mondo. Come è riuscita a entrare nel giro? Sono entrata in contatto con uno dei redattori qualche anno fa, ci eravamo sentiti perché volevano intervistarmi. Poco dopo è morto un mio amico musicista newyorchese, così mi hanno chiesto se per caso me la sentivo di scrivere due righe per l'occasione. E l'ho fatto. La cosa è piaciuta e mi hanno domandato se avevo delle idee nel cassetto e in effetti le avevo. Ho mandato loro un racconto che avevo scritto poco tempo prima, anche quello gli è piaciuto e lo hanno pubblicato. Un bel paginone perché era piuttosto lungo, pensavo lo avrebbero tagliato. Da allora ci sentiamo regolarmente, ogni tanto mi chiedono qualcosa.
Se dovesse scegliere di che vivere, se di musica o di parole? Direi di parole, senza dubbio. Mi piace scrivere poesie, racconti, storie vere e fiction. Ma di parole non riesco ancora a vivere, così per mangiare uso la musica.
Che c'è di diverso nello scrivere una canzone o un racconto? Quando scrivo una canzone è un po' come una preghiera: è una cosa privata e personale, una cosa che si ripete, una cosa breve. Un racconto invece è come un dialogo, come una conversazione piacevole.
Che cosa dicono i suoi fan dei suoi libri? So che il primo libro è piaciuto molto, ai miei fan e anche a chi non mi conosceva. Perché il problema è il solito: la gente era scettica. Pensavano che siccome ero una cantante pop non sarei stata in grado di scrivere decentemente. E invece so scrivere eccome. E pure bene. D'altra parte nella mia famiglia l'uso del linguaggio è sempre stato molto importante. Il mio patrigno era un romanziere e ci ha sempre insegnato a usare bene le parole.
Come decide se quel che ha scritto diventerà una poesia o una canzone? Decido quando ho finito di scrivere e provo a leggere ad alta voce. A seconda di come il suono esce dalla mia bocca stabilisco se quella sarà una canzone o una poesia. Ci sono alcune frasi che scritte sono stupende, semplicemente perfette, ma poi quando le canti ti senti stupida. Quelle sono poesie. Le altre, quelle che mi suonano bene, le musico e diventano canzoni.
Che succede durante i suoi reading? Salgo sul palco con il mio traduttore, Valerio Piccolo, e iniziamo un dialogo-intervista tra di noi. Poi lui legge i miei testi e io suono in sottofondo. È un piccolo show. Spesso la gente si ferma sotto il palco per parlare, oppure durante lo spettacolo mi fanno delle richieste.
Quali cd ci sono nel suo stereo in questi giorni? Ho visto un concerto dal vivo di David Bowie e sono rimasta impressionata dalla sua bravura. Il giorno dopo sono andata in un negozio e mi sono comprata le sue greatest hits. Credo di aver molto da imparare da lui, dal suo modo di scrivere e fare musica. Ascolto anche musica pop comunque, i D12 per esempio, che mi fanno ridere da morire. Sono buffi e volgari, ma efficaci.
A proposito di rap, ha mai pensato di partecipare ai poetry slam (gare di improvvisazione poetica in stile "Eight mile", ndr.)? No. Cioè, sono divertenti da vedere, ma non vivo la poesia come una competizione. Non potrei mai salire su un palco per sentirmi dire se quel che ho prodotto va bene o va male. È mio e basta, non voglio giudizi. Non posso immaginare Emily Dickinson in un poetry slam.
16
luglio
2004
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