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il protagonista 
Valeria, ricca e tormentata

Esce in Italia dopo il successo francese il film della Bruni Tedeschi "È più facile per un cammello..." con Chiara Mastroianni e Roberto Herlitzka

Fino a che punto il cinema trasforma le persone in personaggi e le vite in storie? Il film diretto da Valeria Bruni Tedeschi, attrice in decine di film italiani e francesi, musa ispiratrice di Mimmo Calopresti (che questa volta le fa da produttore) è un autoritratto in cui Valeria racconta la storia della propria famiglia. Una ragazza parigina troppo ricca, Federica, si sente in colpa per quanto possiede e la propria vita è fortemente condizionata dalla ricchezza. La commedia sofisticata che ne viene fuori è fedele a tal punto alla vita della regista che l'attrice che interpreta la parte della madre della protagonista è Marysa Borini, madre vera di Valeria e pianista nella vita. Il film ha un titolo strano: "È più facile per un cammello..." e riprende il passo del Vangelo riferito ai ricchi che non entreranno mai nel regno dei cieli. In Francia è uscito da qualche mese e ha avuto successo. In Italia arriva all'inizio dell'estate un po' in sordina, forse anche perché un po' troppo pretenzioso, distribuito da Mikado.

Valeria, questo è un film autobiografico?
C'è qualcosa della vita reale che nel film diventa un'altra cosa: i personaggi sono indipendenti, acquisiscono una vita propria, non avevano più niente a che vedere con le persone a cui erano ispirati.

Nel film Federica ha un pessimo rapporto con il denaro e uno strano rapporto con la religione. Qual è il tuo approccio verso l'uno e l'altra?
Quanto tempo abbiamo per rispondere a questa domanda? - sorride - Devo chiedere al mio psicanalista. Ho cercato di fare il film per spiegare che ho una gran confusione per quanto riguarda il mio rapporto coi soldi. Volevamo parlare di una famiglia, ma ci siamo resi conto a un certo punto che parlavamo di un senso di colpa forse un po' collettivo dei paesi in cui viviamo, dei paesi ricchi rispetto ai paesi poveri. Questo senso di colpa viene dal fatto che per un'ingiustizia ci sono degli esseri umani più privilegiati di altri. Cosa ne facciamo di questo senso di colpa, di questa sensazione, di questa vergogna? Abbiamo voluto metterla davanti a noi e guardarla, senza dare nessuna risposta. Sulla religione volevamo parlare di una persona che è in crisi esistenziale e che cerca di recuperare un rapporto con Dio interrotto dopo l'infanzia. Il fatto che Federica cerchi la fede ci sembrava interessante.

Dopo aver fatto l'attrice per tanti anni, ora intraprenderai una carriera di regista, tornerai dietro alla macchina da presa?
Non so. Ho avuto molta gioia nel girare questo film. È stata molto difficile la sceneggiatura, la preparazione, il casting, però la vera gioia l'ho provata quando ho girato. Vorrei rifare l'esperienza perché è stata molto di piacere. Non sono però sicura di avere un altra possibilità dentro di me di poter raccontare una cosa personale. Stiamo lavorando a un'altra sceneggiatura e spero di arrivare al momento in cui il film diventi obbligatorio. Penso che si debbano fare film obbligatori.

Il casting è stato importante, ce ne parli?
Ho fatto un casting molto lungo che è durato due anni. Parlando con Mimmo (Calopresti - ndr) che non era ancora il mio produttore, un giorno mi ha detto: "Prepara il tuo film facendo tanti, tanti provini. Chiedi al tuo produttore, che non esisteva ancora, di darti la possibilità di fare chilometri di provini". E così è stato. Abbiamo filmato per ore e ore. Le scene di danza che appaiono nel film per esempio sono il frutto di questi casting.

Il film è pieno di ironia e della capacità di tirare fuori il grottesco dalle cose. È una cosa in qualche modo "premeditata" o è uscita fuori durante le riprese?
Non volevamo raccontare la storia necessariamente in modo ironico, ma ci siamo resi conto abbastanza presto sia sulla sceneggiatura che durante il casting che avevamo due direzioni possibili: una più malinconica e una più comica. E ci siamo resi conto anche al montaggio che era più giusta per questo film e questa storia la seconda direzione anche perché la protagonista è molto capace di autoironia.

Fra le scene filmate ci sono alcuni intermezzi divertenti di una Valeria a cartoni animati. Perché questa scelta? Una citazione di Woody Allen?
Avevo scritto questa piccola scena di Federica che cercava di mettere un cammello vero nella cruna dell'ago. Io pensavo che avremmo fatto questa scena non so, in Marocco, con un ago gigante. Avevo immaginato una scena realista. Mi piaceva. L'idea del cartone animato mi ha completamente rilassato perché ho pensato che non avremmo dovuto più andare in Africa, però più seriamente ci sembrava che l'animazione entrasse direttamente nella fantasia di questo personaggio infantile. Il problema di Federica è di non essere riuscita ancora a crescere.



18  giugno  2004

  Daniele Passanante
  dalla rete
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Mikado La casa di distribuzione

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Mimmo Calopresti produttore
«Questo film di Valeria è bello perché è astratto: un film in cui c'è un'idea di realtà di autobiografia, ma nella sua realizzazione è estremamente astratto. Ha fatto un film che voleva fare da anni ed è bello quando un regista riesce a fare il film che vuole fare. La protagonista tenta di ridare ordine al proprio caos e alla fine non ci riesce».
Biografia
Nasce il 16 novembre 1964 a Torino. Sorella della modella Carla Bruni, si è affermata nel cinema francese degli Anni Novanta. Dopo "Hotel de France" e "Ceux qui m’aiment prenderont le train" (1998) entrambi di Patrice Chéreau, si impone al Festival di Locarno del 1994 vincendo il premio per l’interpretazione femminile e il César in Francia per la miglior attrice femminile con "Le gens normaux n’ont rien d’exceptionel" di Laurence Ferreira-Barbosa. Nel 1996 vince ancora un premio a Locarno con "Nenette et Boni" di Claire Denis. In Italia appare in "Storia di ragazzi e ragazze" di Pupi Avati (1989) e in "Condannato a nozze" (1993) di Sergio Rubini, firmando la sua migliore interpretazion in "La seconda volta" (1996) di Calopresti, con cui ha vinto il David di Donatello. Ha poi recitato in "La parola amore esiste" (1998) e in "La balia" (1999) di Marco Bellocchio. Nello stesso anno ha interpretato "Il colore della menzogna" di Claude Chabrol. Sta recitando nel prossimo lavoro di Ermanno Olmi: un film in tre parti diretto negli altri due episodi da Abbas Kiarostami e Ken Loach.
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