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«Il cinema? È la mia macchina del tempo» Franco Battiato debutta come regista
La prima notizia è che anche Battiato ride. Sembra impossibile ma è così: l'abbiamo visto con i nostri occhi. La seconda è che usa la macchina da presa come la musica: in maniera mistica, come dice lui. Qualche anno fa cantava "Cerco un centro di gravità permanente": probabilmente non l'ha ancora trovato. La sua opera prima cinematografica "Perduto amor" (in uscita il 16 maggio in 100 sale italiane) narra di una Sicilia lontana, ambientata negli anni '50. E di un ragazzo aristocratico che a un certo punto della sua vita tenta la fortuna e si trasferisce a Milano. La pellicola non è sequenziale, non ha una logica cronologica classica, ma si permette di saltare da un fatto a un altro senza troppi preamboli. Proprio come il nostro pensiero. Un film lontano insomma dal cinema tradizionale che siamo abituati a vedere: Battiato lo sa bene. Ma la macchina da presa l'ha entusiasmato a tal punto che pensa già al prossimo film sulla vita di Beethoven. Per i suoi fan "Perduto amor" sarà un must: è decisamente autobiografico, nonostante il cantante-regista lo neghi categoricamente. L'abbiamo incontrato a Roma.
Com'è nato il desiderio di confrontarsi con la macchina da presa? In realtà non è stato né un desiderio né un bisogno, ma soltanto una proposta che mi hanno fatto e che ho prontamente accettato.
Che differenza c'è tra comporre musica e dirigere un film? Non molta, almeno per quanto mi riguarda. In questo film infatti la macchina da presa è al servizio del racconto. Il mio è stato più un lavoro compositivo che tecnico, grazie soprattutto ai collaboratori che mi hanno aiutato. Ho diretto il film come faccio la mia musica: senza sequenzialità, con grande attenzione per la metafisica e non lasciando niente al caso.
Quanto è forte per lei il legame tra l'arte e la ricerca della propria spiritualità? È determinante a mio avviso tentare di prendere contatto con ET. L'aspirazione all'elevazione spirituale è una componente fondamentale della mia vita. Mi rattristano profondamente tutte quelle manifestazioni come la follia per il calcio o certa televisione, che esprimono l'incapacità degli uomini di liberarsi dalla loro componente bestiale.
Che cosa l'affascina di più nel cinema? Forse la possibilità di usarlo come una sorta di macchina del tempo che mi permette di andare a visitare luoghi e tempi lontani da me. Per questo sto già pensando a una seconda sceneggiatura: vorrei raccontare gli ultimi giorni di vita di Beethoven. Per far questo però devo leggere prima molti libri, devo documentarmi seriamente. Poi, forse, sarò in grado di fare un salto nell'800.
Nel film ci sono molte scene che iniziano e non finiscono... La sequenzialità mi annoia a morte. Il pensiero va avanti e indietro nel tempo per associazione. In "Perduto amor" ho cercato di copiare la natura stessa del pensiero umano. Se questo modo di far cinema diventa uno stile è già qualcosa.
Qualche anno fa, un certo James Joyce provò a far lo stesso scrivendo l'"Ulisse": il suo "flusso di coscienza" gli portò fortuna. Speriamo ne porti un po' anche al nostro aristocratico siciliano.
9
maggio
2003
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Perduto amor |
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Il film descrive la formazione di un giovane siciliano. Nella prima parte il personaggio, Ettore Corvaja, ha otto-nove anni e vive in Sicilia. Il bambino cresce tra la gioia di vivere di quel tempo e gli insegnamenti del suo mentore, un colto aristocratico del paese. Nella seconda parte Ettore ha vent'anni e ha già fatto le sue scelte e i suoi studi. Siamo nel pieno boom economico e delle sue contraddizioni. Nella terza parte Ettore è a Milano. Scopre una città piena di fermenti e frenesia. |
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Se i cantanti fanno i registi |
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Non sono molti in Italia. L'ultimo della serie è Franco Battiato. Prima di lui il caso più recente e clamoroso è stato quello di Luciano Ligabue: due film all'attivo, "Radiofreccia" e "Da zero a dieci", con cui il rocker di Coreggio è risucito a metter d'accordo pubblico e critica (cosa abbastanza rara). Il primo a scendere dal palcoscenico per andare dietro la macchina da presa è stato però Adriano Celentano che tra gli anni Settanta e Ottanta ha fatto diretto quattro film: "Super rapina a Milano" del 1964, "Yuppi du" del 1975, "Geppo il folle" del 1978 e "Johan lui" del 1985. |
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