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il protagonista 
Faenza, storie di lettino

Il regista di "Sostiene Pereira" e "Marianna Ucrìa" torna con un nuovo film: "Prendimi l'anima". L'abbiamo incontrato.

I più giovani lo ricorderanno certamente come regista del film "Sostiene Pereira" (1995), tratto dall'omonimo romanzo di Antonio Tabucchi e per "Marianna Ucrìa" (1997) tratto dall'opera di Dacia Maraini. Eppure Roberto Faenza, oltre ad essere un ottimo regista, è famoso anche per un altro fatto. Nel 1978 firma un film, intitolato "Forza Italia!": è una feroce satira sul potere politico che ripercorre trent'anni di storia del nostro Paese. Nonostante il successo di pubblico il film viene ritirato dalle sale il giorno del sequestro Moro. Rimarrà censurato per oltre 15 anni. Faenza è praticamente messo all'indice: non riuscirà più a produrre film in Italia, nè tantomeno a comparire in Rai, per un lunghissimo periodo. Nelle ultime pagine del memoriale Moro però (ritrovato alcuni anni dopo), lo statista democristiano consiglia vivamente la visione di "Forza italia!" a tutti coloro che vogliono veramente sapere che cosa è la politica in Italia. Segno che Faenza non aveva raccontato troppe assurdità. Sono passati più di venticinque anni. Faenza è tornato: essenziale e duro, ha concentrato il suo sguardo di artista su una storia umana, quella del rapporto tra Sabina Spielrein e Jung, seguace di Freud. Ha personalmente condotto le ricerche su Sabina. Ne è uscito fuori il ritratto di una personalità femminile fortissima, interessante e sicuramente positiva. L'abbiamo incontrato alla presentazione del suo nuovo film "Prendimi l'anima".

Che cosa le ha dato la forza di girare questo film dopo venti anni dalla scoperta del carteggio tra Sabina e Jung?
Mi è piaciuta la storia, ma soprattutto l'assenza di elementi certi e la necessità di indagare. Le lettere di Jung sono secretate dagli eredi. Ora, mi domando io, perché quest'indagine non è stata condotta dagli psicanalisti, invece che da un regista? A mio avviso loro sono interessati solo all'inconscio, non alle persone. Ecco dunque che cosa mi ha spinto a girare un film concepito venti anni fa: scoprire una storia. Che ci è stata rivelata dall'unico bambino ancora in vita curato da Sabina nel famoso asilo bianco. Oggi ha 84 anni, ma si ricorda benissimo di lei. Il sogno di Sabina era uno solo: se i bambini crescono in libertà saranno persone libere anche da grandi. Ma questa idea come ben sappiamo si scontrò con lo stalinismo eppoi con il nazismo.

Qual è il messaggio che ha cercato di trasmettere con il suo film?
Io ho sempre pensato che Jung fosse il vero pazzo. Sabina è stata curata, lui no. La cosa più bella per me è stata quella di rappresentare Jung come un pazzo, e di raccontare una storia stupenda di due malati (Jung e Sabina) che si aiutano a vicenda.

Come mai ce l'ha tanto con la psicanalisi?
No, non ce l'ho con loro. Gli rimprovero soltanto di averci fatto spendere un mucchio di quattrini per scoprire la storia di Sabina Spielrein.

Con che criterio ha scelto i protagonisti?
Fino all'ultimo non prendo mai una decisione. Ian mi ha convinto per la sua somiglianza fisica a Jung. Emilia Fox (protagonista de "Il pianista" di Polanski) era pazza al punto giusto per questa parte, quello che ci voleva.

Quanto poco le interessano la realtà e le storie italiane?
Come ben sapete molti anni fa ho fatto un film, intitolato "Forza italia!". Era il 1978. A causa di quel film mi è stato impossibile lavorare in Italia o apparire in Rai per 10 anni buoni. Voi giornalisti non avete scritto una riga per difendermi. Il film fu tolto dalle sale il giorno del sequestro Moro. Eppure non raccontava cose campate in aria. Nei memoriali ritrovati di Mori, nelle ultime pagine, lo statista democristiano ha invitato alla visione di "Forza Italia!". Così per un lungo periodo ho cercato e lavorato altrove. E non mi sono mai dimenticato di quello che è successo, tutto qui.

La psicanalisi, secondo lei, è il racconto di un rapporto tra due persone e funziona solo così?
Secondo me, per quello che ho rappresentato nel film, sì.

In questo film ci sono molti riferimenti all'arte. Ci sono bellissime scene con quadri di Klimt, hanno un significato particolare?
Spesso il regista realizza un film e lo riempe di significati senza neppure rendersene conto. Forse siamo noi che a volte dobbiamo essere psicanalizzati.

Cosa può dirci del rapporto tra Freud e Spilrain?
Nella realtà è esitito ed è stato molto più solido di quello che ho rappresentato io nel film. Da parte mia ho cercato però di tenermi più lontano possibile dalla psicanalisi. Avevo semplicemente paura di scottarmi.

16  gennaio  2003

  Alessandro Gennari
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Biografia
Classe 1943, Faenza si diploma al Centro sperimentale di Cinematografia. Nel 1968 debutta alla regia con "Escalation" dove, attraverso il rapporto tra un padre borghese e un figlio hippy, descrive in maniera grottesca le mille facce del potere. I medesimi temi sono al centro di H2S (1969). Il 1978 è l'anno di "Forza Italia!", censurato. In quell'anno diventa docente all'università di Pisa. A New York gira "Cop Killer" e comincia in seguito a dedicarsi alla trasposizione filmica di opere letterarie. Con "Jona che visse nella balena" (1993, tratto da "Anni d'infanzia" di Jona Oberski) si aggiudica il David di Donatello. Il 1999 è l'anno di "L'amante perduto" (1999). Tra i suoi film più famosi "Sostiene Pereira" (1995) e "Marianna Ucrìa" (1997).
Trama
Il film ricostruisce la vita di Sabina Spilrein da anoressica a medico e psicanalista. Fu curata, amata e abbandonata da Jung, seguace di Freud. Il film, che racconta positivamente questa grande figura femminile riscoperta negli ultimi anni grazie al ritrovamento di lettere prima segrete, è anche un ritratto impietoso di una dei grandi della psicanalisi del novecento (Jung) rappresentato in alcune scene come un pazzo.
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