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Un dobermann sotto processo
I padroni, accusati di favorire un latitante, sono stati assolti
Non sempre portarsi in vacanza il proprio cane si rivela una buona idea: il migliore amico dell'uomo può involontariamente essere fonte di equivoci. E finire addirittura lui stesso sotto "processo", accusato di favorire la latitanza di un omicida. È capitato a due ragazzi nell'agosto del 1997, in campeggio a Santa Serena di Supino (Frosinone): due venticinquenni, in tenda con un dobermann.
Nei pressi della loro tenda c'è quella di un altro uomo: si tratta di un superlatitante (Nello Ciangola), evaso dal carcere di Frosinone. All'improvviso alcuni poliziotti, da tempo impegnati nelle ricerche, irrompono sulla scena e arrestano l'uomo. Vacanza rovinata per i due giovani?
Proprio così: immediatamente i poliziotti pensano che tra i ragazzi e il latitante ci sia un legame, che sarebbe costituito proprio dal cane, che ha accompagnato i campeggiatori in gita. Gli inquirenti hanno ipotizzato che il cane fosse usato come strumento per favorire la latitanza dell'omicida, fuggito in montagna. C'è un fatto, tuttavia, che ha scagionato i due: l'animale non ha abbaiato per avvertire i propri padroni dell'arrivo dei poliziotti. Se era uno "strumento" usato per avvertire del pericolo, dunque, non è servito allo scopo: non ha salvato il latitante dall'arresto.
Più facile che i campeggiatori siano estranei alla faccenda, che siano rimasti vittima di una semplice coincidenza. Lo ha pensato anche il giudice: il cane ha dunque salvato il padrone da una condanna. Il processo si è svolto in due udienze: ai testimoni ascoltati, nel corso della prima e della seconda, il legale dei giovani ha domandato se il cane da guardia avesse abbaiato all'arrivo delle forze dell'ordine. Il suo silenzio ha salvato i ragazzi, per i quali in un primo tempo si era parlato di favoreggiamento. Poi sono stati assolti, perché il fatto non sussiste.
25 maggio 2002
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