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Navigare in ufficio: si o no?
Pareri divisi, polemiche a valanga: serve una legge.
Circa 2,2 milioni di dipendenti italiani usano internet dal posto di lavoro: il 10% del totale. Le aziende lamentano perdite; e «spiano». Tutto vero? E il controllo è lecito? Il dibattito impazza. Secondo noi servono solo delle regole: subito.
Tante le storie di «spionaggio aziendale». Qualche esempio. Il bancario italiano punito con 10 giorni di sospensione perché cliccava siti porno; l’impiegata svizzera chiamata dal suo capo per aver ricevuto una mail oscena dal un collega; o i 50 chimici di Detroit, licenziati per aver spedito messaggi ritenuti «sconvenienti».
Negli Usa stimano che il comportamento degli «office navigator» crei una perdita di produttività del 30-40%. Molti ministeri, enti pubblici, assicurazioni, multinazionali hanno adottato barriere software che bloccano gli accessi a tutti o a determinati siti, verificando anche dove navigano i dipendenti. Ed è successo di tutto.
Le aziende hanno alcune sacrosante ragioni. Ma gli italiani sull’argomento sono divisi: secondo un sondaggio Swg pubblicato di recente, il 34,5% è d’accordo e il 36,4% contrario al controllo della navigazione. D’altra parte, autorevoli sociologi sostengono che la rete costituisce un’importante occasione d’aggiornamento e crescita professionale: consente di informarsi, trarre spunti e idee.
Cosa ci fa arrabbiare? La mancanza di una legislazione vera in materia. Negli Usa vige il liberismo, in Germania il ministero delle finanze ha «tassato» la navigazione a scopi personali. Da noi il Garante della privacy è al lavoro. Con 12 milioni di utenti (in aumento esponenziale) forse è il caso che si sbrighi.
Serve un quadro normativo che (specificando fin dove arriva il diritto alla privacy) aiuti le aziende a tutelarsi dagli abusi e consenta ai dipendenti di connettersi: non a siti porno, di giochini o stupidaggini, ma certamente si a quelli informativi e di contenuto. L’idea di lasciar concordare a management e lavoratori un limite di tempo, è da tenere in considerazione.
13 novembre 2000
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| Surf giudici |
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Il tema del «web surfing» non tocca solo i comuni mortali. Persino gli austeri giudici inglesi sono stati bacchettati preventivamente. Il ministro della Giustizia britannico (il Lord Cancelliere) ha vietato loro navigazioni personali. Qualche mese fa un migliaio di togati ha ricevuto in dotazione un notebook con modem e connessione. Scopi dell’iniziativa erano consentire aggiornamento continuo e scambio di informazioni con i colleghi. Per evitare problemi, il Cancelliere ha anche precisato: «navigazione e invio di posta sono consentiti solo per scopi professionali». Pena il ritiro del computer. Qualche giudice ha obiettato che, pagando la bolletta del telefono, avrebbe potuto connettersi a piacimento: come dargli torto? |
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| My Boss |
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Che si clicchi o meno, in ufficio, in fabbrica, insomma nei luoghi di lavoro, non mancano certo storie di vita vissuta, vicende paradossali, stranezze. Su di esse il britannico Claude B.Carter ha costruito la sua fortuna. Carter è l’autore di «Working for a loser!» libro di grande successo internazionale nel quale ha raccolto avventure e disavventure nei rapporti lavorativi. La critica lo ha definito divertente, ironico, coinvolgente: insomma gustoso. Dal libro al sito il passo è stato breve. My Boss, così si chiama, è uno spazio dedicato ad aneddoti e spigolature varie riferite al mondo dell’occupazione. Chi ha una storia da raccontare, può inviargliela per l’inserimento nel database: così tutto il globo potrà esserne partecipe.
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