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Napster in bancarotta
Nonostante il fallimento, niente sarà più come prima
La notizia è di pochi giorni fa: Napster è fallito. Ha presentato i suoi libri contabili in tribunale per chiedere l'amministrazione controllata come previsto dal capitolo 11 del codice americano sulla bancarotta. La decisione, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, fa parte dell'accordo che porterà la tedesca Bertelsmann ad acquistare le attività del sito di musica on line, versando ai suoi creditori 8,6 milioni di euro.
I numeri sono da brivido: nel presentare l'istanza Napster ha quantificato in 10 milioni di dollari il proprio valore attuale, mentre i debiti sono pari a 10 volte tanto, ovvero a oltre 100 milioni di dollari. Ma, a dispetto di tutti i gufi e falsi profeti che circolano sulla stampa nazionale e internazionale, niente tornerà come prima.
Primo: perché morto un Napster se ne faranno altri 10. Senza alcun database centrale, e dunque difficilmente denunciabili per pirateria (come Napster), ma basati unicamente sulla tecnologia peer to peer (Audiogalaxy, winmx ne sono un valido esempio). Secondo: perchè la tecnologia che permette la compressione dei file audio in mp3 è perfettamente funzionante e gli utenti di tutto il mondo continueranno ad usarla (insieme ad altri formati come il divx per i film). Terzo: perchè ogni tentativo di proteggere i cd audio si è rivelato finora una barzelletta (il "key2audio" della Sony è stato scassinato con un pennarello).
Lo scorso giugno un dato ha scosso l'America: dopo la chiusura imposta a Napster dai tribunali americani (5 marzo), tutti aspettavano un nuovo aumento delle vendite di musica. E invece, sorpresa: secondo quanto riportato dal Times le vendite complessive sono crollate del 5,7%. Ancora più curioso il dato relativo alla vendita dei cd: da giugno a marzo 2001 (data di chiusura di Napster) le vendite sono aumentate del 5,6%; ma, da marzo 2001 a giugno dello stesso anno le vendite si sono contratte dello 0,9%. In pratica Napster sembra aver trainato e non rallentato la vendita dei cd. Qualcuno ha concluso che Napster agevolava la diffusione della musica tra i ragazzi, che, dopo aver "provato" un artista,correvano in negozio per acquistarne la compilation.
Che la pirateria aiuti, per certi aspetti, la diffusione di una tecnologia è ormai un dato di fatto. Si pensi al sistema di codifica SECA (usato da D+) rispetto al sistema NDS (Stream): il primo, piratato, si è diffuso largamente in Italia e in Spagna. Il secondo molto meno. Ed è opinione comune che molti utenti, dopo aver acquistato la tecnologia (parabola e decoder) e provato il servizio di Tv satellitare, finiscono per farsi un abbonamento regolare per evitare interruzioni di trasmissioni periodiche.
Che il modello di business di Napster sia da buttare è testimoniato dai numeri, c'è poco da dire. Ma affermare che è un progetto "demenziale" come qualcuno l'ha incautamente definito, significa non aver ben compreso i meccanismi e le potenzialità di internet. Perché, data una costumer base di milioni di persone, è possibile vendere loro non solo pubblicità, non solo i loro dati e i loro gusti (spyware) ma soprattutto ricavare dal loro traffico in rete il giusto tornaconto. Non si spiegherebbe altrimenti la mossa di Bertelsmann che ha speso 8 milioni di euro per rilevare tutti gli asset di Napster.
In ogni caso, alla faccia di tutti i detrattori della musica on line, niente tornerà come prima: si continuerà a dibattere sulla tecnologia peer to peer, magari potenziandola ulteriormente grazie alla larga banda e alla trasmissione satellitare; si studieranno nuovi sistemi di protezione dei contenuti digitali. Si continuerà a discutere molto accanitamente sui prezzi dei cd e si arriverà probabilmente alla formulazione di nuove leggi, nazionali e internazionali per proteggere il copyrights in rete. Non male, davvero, per un progetto che qualcuno ha definito semplicemente "demenziale".
7 giugno 2002
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