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La decima fatica di Gabriele
"Amnèsia" di Salvatores con Abatantuono, Rubini e Martina Stella
Un'eclissi di sole è l'evento raro e affascinante che blocca tutti i personaggi di "Amnèsia" in una pausa d'estasi. «Il buio a volte è necessario» dice Gabriele Salvatores all'anteprima milanese del film. Non si tratta soltanto di una trovata narrativa e il regista lo spiega: «Siamo distratti da troppa luce e abbiamo bisogno di una pausa, di un'ombra».
L'altra metafora è legata agli incidenti stradali che si susseguono nella storia, tutti e quattro causa di un incontro traumatico fra i personaggi, ognuno dei quali è costretto a mentire perché ha qualcosa da nascondere. Diego Abatantuono interpreta il ruolo di Sandro, un pornografo convinto che fare film porno sia un lavoro come un altro. Allo stesso tempo non vuole che la figlia Luce, Martina Stella, lo scopra. Sergio Rubini è Angelino. Vorrebbe prendere una scorciatoia nella vita per dare un futuro migliore alla moglie e al figlio che nascerà.
La trama è ricca di dettagli, storie a incastro, e di soluzioni cinematografiche interessanti ma non certo nuove. A partire dallo split screen che ultimamente va molto di moda (vedi l'ultimo film di Soderbergh). «Un riferimento al cinema americano indipendente - spiega Salvatores - nella logica di trovare nuovi espedienti estetici e narrativi: la divisione dello schermo viene dai videogiochi, con un giocatore a sinistra e uno a destra, ma anche dal computer e dalle finestre che siamo abituati a vedere sul monitor». Un espediente che è funzionale alla storia? «I personaggi sono divisi fra di loro ma condividono quello che è, come diceva Shakespeare, il palcoscenico della vita».
Gabriele Salvatores, oggi al suo decimo film, conosce bene il proprio mestiere e lo dimostra in questa ultima opera. Se fare film porno è un lavoro come un altro, fare cinema invece? «Sì - sorride - è un lavoro più fortunato degli altri. Ma come tutte le cose ha il suo lato negativo: ti fa dimenticare della quotidianità e di alcuni tuoi doveri naturali, come quello di essere padre». Un film in qualche modo "generazionale", come se ne fanno molti in Italia ultimamente. «Sono a confronto due generazioni, quelle che io conosco. La mia e quella dei figli della mia generazione. Un film bi-generazionale».
Ti affascina questo tema? «Ci sto lavorando anche nel mio prossimo lungometraggio che si chiamerà "Io non ho paura" tratto da un libro di Niccolò Ammanniti in cui padri e figli si confrontano. Ma qui i figli sono bambini di appena 9 anni, quasi degli alieni calati in un film di genere».
Per cambiare completamente argomento, sabato prossimo guarderai l'Inter o la finale di Sanremo? «E si domanda? Guarderò la mia squadra». A proposito di canzoni: perché quando qualcuno al cinema copia qualcosa è una citazione, mentre nella musica è considerato un plagio? «Il cinema - risponde divertito il regista - deve mantenere questo aspetto di intellettualità più o meno falsa. Io come regista non amo molto il copyright. Io credo che un'opera artistica sia dominio di tutti: anche se viene usata con finalità diverse probabilmente l'autore non è contento, ma tendenzialmente mi piace che sia così. Anche internet è (e deve continuare a essere) anarchia».
8 marzo 2002
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