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Copyright e internet, è pugno di ferroOperazione della Guardia di Finanza contro chi scarica musica, video e programmi dalla rete. Tremila persone in corso di identificazione, 75 già ufficialmente indagate. Per scovare i colpevoli intercettate le email
Circa tremila cybernavigatori finiti nel mirino della Guardia di Finanza, duecento già identificati e settantacinque ufficialmente indagati per violazione della legge sul diritto d'autore. Si stringono le maglie della giustizia sul popolo della rete dopo il recente varo della normativa (29 aprile) che rafforza la tutela del copyright. L'annunciato pugno di ferro contro i sistemi di circolazione via internet (peer to peer) di musica, video e programmi giunge al primo vero atto di una guerra che rischia di compiersi con metodi d'indagine non perfettamente cristallini e che potrebbe assumere proporzioni incontrollabili.
Partiamo dai fatti. Un percorso difficile da compiere visto che i principali attori dell'inchiesta hanno immediatamente deciso di cucirsi la bocca dopo le indiscrezioni riguardanti le indagini apparse su "La Repubblica". Il pm della procura di Milano, Gianluca Braghò, che coordina le operazioni e il capitano Mario Leone Piccinni, comandate della squadra di pronto intervento meneghina dei Baschi Verdi, non hanno voluto rilasciare dichiarazioni pur sottolineando che molte informazioni riportate dalla stampa erano inesatte. Insomma, per un motivo (burocrazia) o per l'altro (palleggio di responsabilità) non hanno voluto fare chiarezza sul caso.
Comunque, l'inchiesta sarebbe nata spulciando alcuni newsgroup di appassionati di file sharing finendo via via per allargarsi a macchia d'olio in tutta Italia. I militari della Guardia di Finanza hanno fatto leva sulle nuove disposizioni di legge in tema di diritto d'autore che vietano lo scambio di opere d'ingegno anche senza fini di lucro. Colpevole di reato, sempre secondo i nuovi parametri legislativi, non è soltanto chi "pone in commercio, vende, neleggia" ma anche chi cede "a qualsiasi titolo" prodotti coperti da copyright.
Per questo è scattata una vera e propria caccia ai maniaci del download, agli utenti della rete che sfruttano i programmi di nuova generazione (Kazaa, Winmx, Morpheus, Gnutella, Limewire) nati dalle ceneri di Napster per favorire la diffusione di mp3, video e software gratuiti.
Questi programmi funzionano con una filosofia diversa rispetto al progenitore Napster che alloggiava gran parte dei file sui propri server. Oggi lo scambio avviene direttamente tra gli utenti che formano una planetaria rete di contenitori in cui cercare e trovare le canzoni, i filmati, i giochi che più interessano.
Un sistema che rende più difficoltose le indagini per la sua vastità, per il suo carattere collettivo, per l'architettura stessa che lo contraddistingue. Allora come fare? I Baschi Verdi di Milano, guidati dalla procura, hanno provato a risalire la china non soltanto attraverso gli indirizzi Ip utilizzati dagli utenti per la connessione internet, ma hanno preso d'assalto anche i messaggi di posta elettronica. Ottenuta l'autorizzazione del Gip, hanno creato dei "lock" sui server che smistano le email, ossia delle caselle-fantasma in cui tutti i messaggi sospetti arrivavano in copia. Grazie al controllo della posta, è stato più semplice per gli investigatori riuscire a raggiungere i destinatari finali e a colpire nel segno.
Un metodo che ha lasciato non poche perplessità e che, utilizzato in modo improprio, potrebbe rappresentare una palese violazione dei diritti fondamentali di libertà sanciti dalla costituzione. Il Garante della privacy, consultando un parere espresso in passato, ha sottolineato che l'email deve essere considerata come corrispondenza privata e, in quanto tale, non può essere violata se non attraverso una motivata disposizione dell'autorità giudiziaria. E in un terreno così complesso come quello delle nuove tecnologie, anche questa motivazione, potrebbe risultare del tutto arbitraria.
Di fatto, tra i primi a finire nella rete delle forze dell'ordine ci sarebbero perfino due marescialli dei carabinieri, un ricercatore universitario e un dipendente comunale. Esempi che identificano i nuovi "malviventi", persone comuni che diventano colpevoli di un reato penale in riferimento alla nuova legge.
Ora l'inchiesta si sta gonfiando come un pallone, anzi come una mongolfiera. Ad ogni nuova identificazione, scatta la denuncia che passa di competenza alla procura di residenza dell'indagato (o il luogo dove è alloggiato il computer in cui sono alloggiati i file "pirata").
Proprio questo fatto rappresenta un limite oggettivo dell'inchiesta. Ogni singola procura avrà, è vero, l'obbligo dei procedere ma potrà farlo in tempi e modi del tutto discrezionali. Per esempio, potrebbe essere più semplice per un cittadino di Aosta finire sotto processo, rispetto a un abitante di Palermo, dove la procura ha grossi problemi di organico e deve lottare contro la criminalità organizzata.
Accertare e punire i colpevoli, scagionare del tutto gli innocenti, insomma, potrebbe diventare una vera e propria odissea. Forse, un prezzo troppo alto da pagare, anche in termini puramente economici, per combattere una guerra in cui non c'è dimostrazione che il nemico può davvero fare male. leggi i messaggi e intervieni su questo argomento
30
maggio
2003
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