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2003, ANNO DEL DISABILE 
Piovono Mucche

Esce il film-manifesto dei disabili firmato dal regista Luca Vendruscolo

Un gruppo di obiettori di coscienza precettati dal ministero che rifiutano "l'idiozia organizzata" del servizio militare. Una comunità chiamata "Ismaele" alle porte di Roma. Un criminale tetraplegico, una seduttrice in carrozzina, un camionista sclerotico, un giullare ipovedente e un folletto spastico. Sono i magici ingredienti di un film molto atteso, "Piovono mucche", che prova a fotografare il mondo dei disabili, senza eccessivo buonismo e con un pizzico di sano umorismo. I protagonisti, ragazzi del tutto normali alle prese con disabili del tutto normali, sono combattuti da obblighi morali, sensi di colpa, rabbia e stanchezza per il lavoro quotidiano prestato in comunità come obiettori di coscienza. E reagiscono con incoscienza, spontaneità e rabbia. Commettono una serie infinita di leggerezze eppure sviluppano una fortissima solidarietà, non solo tra di loro, ma anche con i loro assistiti. Due mondi paralleli, quello dei "normali" e quello dei "disabili" che si incrociano più volte, in mezzo a una marea di difficoltà, così come accade nella vita reale di tutti i giorni. E che dimostrano di poter convivere. Un film leggero e piacevole che rischia di diventare il film portabandiera dei disabili per spontaneità e irriverenza rispetto ai più diffusi luoghi comuni su di loro. Alla vigilia dell'uscita nelle sale italiane abbiamo incontrato il regista, Luca Vendruscolo.

I fatti narrati nel film sono realmente accaduti?
In parte si. Ho fatto l'obiettore di coscienza all'inizio degli anni '90, proprio in una comunità di disabili. E' stato un periodo particolare per me, un periodo in cui si sceglieva di fare l'obiettore in rifiuto all'"idiozia organizzata" del servizio militare. Tutto quello che volevo era un periodo tranquillo, senza troppi slanci ideali: lavorare per sei ore e poi staccare. E invece mi sono ritrovato in questa comunità che mi ha segnato profondamente. Lo devo ammettere: ero un bunista. Prima di mandare a quel paese un disabile ce ne ho messo di tempo. Ma alla fine ce l'ho fatta: un anno in comunità rende duri, ma non insensibili. Questo mai.

Sono stati girati molti film sui disabili. Alcuni anche molto disincantati...
Si, è vero, soltanto che fino ad oggi si è sempre sottolineato l'aspetto tragico della questione utilizzando più o meno sempre la stessa storia: una persona "normale" incontra un disabile e scopre così quanto è bella la vita. Io ho tentato di raccontare i disabili nel loro vivere quotidiano: la loro esistenza movimentata ma normale. Sono contento di aver coinvolto nel mio film alcuni disabili e di aver fatto far loro gli attori e non tipi didascalici.

Nel suo film un disabile soddisfa la sua sessualità grazie a una prostituta. Intende dire che può farlo solo così?
No affatto. Il senso è diametralmente opposto: la prostituzione è un aspetto della nostra vita quotidiana. Il ricorso alla prostituzione è un fatto abbastanza comune e come tale può viverlo anche un disabile. Nel mio film volevo far passare un messaggio: anche il disabile può desiderare il sesso solo per il sesso, non per amore. Come tutti quanti noi del resto. Volevo rompere una barriera, un tabù. Come quello per cui tutti i disabili devono essere buoni, gentili e carini... non è così: nel film uno di loro è un vero mascalzone e continua ad esserlo nonostante la sua infermità.

Questo film parte da lontano...
In effetti era il 1996 quando abbiamo cominciato a raccogliere materiale. Proprio quell'anno abbiamo vinto il premio Solinas e abbiamo anche partecipato al Torinofilmfestival (Concorso internazionale lungometraggi). Quando ci siamo decisi a farne un film siamo stati costretti a tagliare molto materiale. Dovevamo girare in sette settimane, con un budget molto ridotto. Così io, Massimo de Lorenzo e Mattia Torre abbiamo compiuto una delicata operazione chirurgica cercando di non stravolgere troppo il senso della pellicola. Mi piace pensare che forse ci siamo riusciti. Il modo di raccontare che ho utilizzato nel film è uno solo: ho cercato di infrangere tutti gli stereotipi e comunque, in ogni caso, non ho mai raccontato niente di falso.

Nel film gli obiettori fumano spinelli e li fanno fumare ai disabili. Non negano loro neppure l'eroina. E' accaduto davvero nella comunità dove ha prestato servizio?
La droga fa parte della nostra società. E io l'ho fatta entrare anche in comunità. Noi obiettori ci sentivamo mani e gambe di persone che non l'avevano. E ci chiedevamo davvero se dovevano porre dei limiti o meno alle richieste dei disabili. Non era facile darsi una risposta.

Qual è in ultima analisi il messaggio di "Piovono mucche"?
I metodi di interazione con le persone "normali" sono stereotipati: ci sono gli amici, i colleghi di lavoro, i parenti, i conoscenti della moglie. Con i disabili è tutto diverso. Il rapporto con loro è idiosincratico: dobbiamo "impararli", capirli ad uno ad uno, quasi fossimo loro. Dobbiamo in ultima analisi aprirci ad un mondo diverso da quello che siamo abituati normalmente a vivere.

1  aprile  2003

  Alessandro Gennari
  dalla rete
Piovonomucche.it Il sito ufficiale del film
Film in uscita Nel canale cinema di libero.it
Disabili.com Il sito dei disabili italiani

  sommario
Il diritto a essere uguale 
Per un futuro migliore 
Welfare all'italiana 
Piovono Mucche 
L'handicap messo a nudo 
Vacanze senza barriere 
Le frasi dei disabili
Frase 1: «La persona in carrozzina deve mettersi in condizione di farsi aiutare. Chi "sta in piedi" ha paura: è la non conoscenza delle persone disabili e delle loro esigenze a frenare». Frase 2: «Per una persona normale stare con un disabile vuol dire cambiare la propria vita e molti non se la sentono. C'è poi un altro rischio: che la persona che aiuta i disabili venga a sua volta isolata». Frase 3: «Se pensiamo alla persona in piedi disponibile creiamo subito una barriera. La disponibilità dipende sempre da un rapporto tra due persone. Io mi sento handicappato quando c'è una persona che ha bisogno di me e io non la posso aiutare». Frase 4: «Quando con la mia carrozzina vado nei locali percepisco che la gente mi vede come "diverso", mi pensa come un "impiccio". Ma io non sono così. Spesso, quando sono a casa, mi metto in mezzo alla stanza da solo. È il mio modo di urlare che ci sono anch'io». Frase 5: «Mi sembra di indossare la mia disabilità come un vestito».
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