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Piovono Mucche Esce il film-manifesto dei disabili firmato dal regista Luca Vendruscolo
Un gruppo di obiettori di coscienza precettati dal ministero che rifiutano "l'idiozia organizzata" del servizio militare. Una comunità chiamata "Ismaele" alle porte di Roma. Un criminale tetraplegico, una seduttrice in carrozzina, un camionista sclerotico, un giullare ipovedente e un folletto spastico. Sono i magici ingredienti di un film molto atteso, "Piovono mucche", che prova a fotografare il mondo dei disabili, senza eccessivo buonismo e con un pizzico di sano umorismo. I protagonisti, ragazzi del tutto normali alle prese con disabili del tutto normali, sono combattuti da obblighi morali, sensi di colpa, rabbia e stanchezza per il lavoro quotidiano prestato in comunità come obiettori di coscienza. E reagiscono con incoscienza, spontaneità e rabbia. Commettono una serie infinita di leggerezze eppure sviluppano una fortissima solidarietà, non solo tra di loro, ma anche con i loro assistiti. Due mondi paralleli, quello dei "normali" e quello dei "disabili" che si incrociano più volte, in mezzo a una marea di difficoltà, così come accade nella vita reale di tutti i giorni. E che dimostrano di poter convivere. Un film leggero e piacevole che rischia di diventare il film portabandiera dei disabili per spontaneità e irriverenza rispetto ai più diffusi luoghi comuni su di loro. Alla vigilia dell'uscita nelle sale italiane abbiamo incontrato il regista, Luca Vendruscolo.
I fatti narrati nel film sono realmente accaduti? In parte si. Ho fatto l'obiettore di coscienza all'inizio degli anni '90, proprio in una comunità di disabili. E' stato un periodo particolare per me, un periodo in cui si sceglieva di fare l'obiettore in rifiuto all'"idiozia organizzata" del servizio militare. Tutto quello che volevo era un periodo tranquillo, senza troppi slanci ideali: lavorare per sei ore e poi staccare. E invece mi sono ritrovato in questa comunità che mi ha segnato profondamente. Lo devo ammettere: ero un bunista. Prima di mandare a quel paese un disabile ce ne ho messo di tempo. Ma alla fine ce l'ho fatta: un anno in comunità rende duri, ma non insensibili. Questo mai.
Sono stati girati molti film sui disabili. Alcuni anche molto disincantati... Si, è vero, soltanto che fino ad oggi si è sempre sottolineato l'aspetto tragico della questione utilizzando più o meno sempre la stessa storia: una persona "normale" incontra un disabile e scopre così quanto è bella la vita. Io ho tentato di raccontare i disabili nel loro vivere quotidiano: la loro esistenza movimentata ma normale. Sono contento di aver coinvolto nel mio film alcuni disabili e di aver fatto far loro gli attori e non tipi didascalici.
Nel suo film un disabile soddisfa la sua sessualità grazie a una prostituta. Intende dire che può farlo solo così? No affatto. Il senso è diametralmente opposto: la prostituzione è un aspetto della nostra vita quotidiana. Il ricorso alla prostituzione è un fatto abbastanza comune e come tale può viverlo anche un disabile. Nel mio film volevo far passare un messaggio: anche il disabile può desiderare il sesso solo per il sesso, non per amore. Come tutti quanti noi del resto. Volevo rompere una barriera, un tabù. Come quello per cui tutti i disabili devono essere buoni, gentili e carini... non è così: nel film uno di loro è un vero mascalzone e continua ad esserlo nonostante la sua infermità.
Questo film parte da lontano... In effetti era il 1996 quando abbiamo cominciato a raccogliere materiale. Proprio quell'anno abbiamo vinto il premio Solinas e abbiamo anche partecipato al Torinofilmfestival (Concorso internazionale lungometraggi). Quando ci siamo decisi a farne un film siamo stati costretti a tagliare molto materiale. Dovevamo girare in sette settimane, con un budget molto ridotto. Così io, Massimo de Lorenzo e Mattia Torre abbiamo compiuto una delicata operazione chirurgica cercando di non stravolgere troppo il senso della pellicola. Mi piace pensare che forse ci siamo riusciti. Il modo di raccontare che ho utilizzato nel film è uno solo: ho cercato di infrangere tutti gli stereotipi e comunque, in ogni caso, non ho mai raccontato niente di falso.
Nel film gli obiettori fumano spinelli e li fanno fumare ai disabili. Non negano loro neppure l'eroina. E' accaduto davvero nella comunità dove ha prestato servizio? La droga fa parte della nostra società. E io l'ho fatta entrare anche in comunità. Noi obiettori ci sentivamo mani e gambe di persone che non l'avevano. E ci chiedevamo davvero se dovevano porre dei limiti o meno alle richieste dei disabili. Non era facile darsi una risposta.
Qual è in ultima analisi il messaggio di "Piovono mucche"? I metodi di interazione con le persone "normali" sono stereotipati: ci sono gli amici, i colleghi di lavoro, i parenti, i conoscenti della moglie. Con i disabili è tutto diverso. Il rapporto con loro è idiosincratico: dobbiamo "impararli", capirli ad uno ad uno, quasi fossimo loro. Dobbiamo in ultima analisi aprirci ad un mondo diverso da quello che siamo abituati normalmente a vivere.
1
aprile
2003
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