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GUERRA ALL'IRAQ 
La storia

Dall'11 settembre alla vigilia del conflitto, fra terrorismo e ispezioni a Saddam

La seconda guerra all'Iraq ha origini lontane. Parte dall'11 settembre 2001. Subito dopo l'attacco alle Twin Towers, il presidente Bush individua fra i responsabili del terrorismo internazionale non solo Osama Bin Laden e Al Qaeda, ma anche cellule dell'estremismo islamico sparse nel mondo. E Saddam Hussein.

Il dittatore iracheno è accusato di coprire e sostenere il terrore e attuare un'escalation nella costruzione di armi chimiche e batteriologiche, nonostante le risoluzioni Onu che lo obbligano al disarmo. Mentre proseguono (da anni) i raid Usa contro radar e antiaerea di Bagdad ai confini delle No fly zone a Nord e Sud dell'Iraq.

Nell'estate 2002 la situazione torna incandescente. Gli Usa lanciano ripetuti allarmi sulla possibilità (per loro certezza) che Saddam possegga di armi biochimiche prodotte infischiandosene delle risoluzioni Onu. Usa e Gran Bretagna avvertono il mondo che esiste una minaccia imminente e chiedono l'adesione a una nuova guerra preventiva.

È subito divisione politica da oriente a occidente. Nessuno Stato appoggia un intervento che non sia deciso dalle Nazioni Unite. La Germania, anzi, si dice contraria, mentre Francia, Cina e Russia (membri con diritto di veto del Consiglio di sicurezza) sostengono che devono essere le Nazioni Unite a controllare il rispetto delle risoluzioni.

Su questa linea di prudenza anche il governo italiano, con Berlusconi che, tra l'altro, ha anche inviato nel febbraio scorso mille Alpini in Afghanistan per avvicendare le truppe alleate impegnate nella caccia dei membri di Al Qaeda.

Un intervento unilaterale, dicono gli osservatori internazionali, rischierebbe di incendiare gli animi degli Stati islamici in Medio Oriente e Nord Africa, nettamente contrari al ricorso alla forza. Solo il Kuwait è disposto a dare appoggio, l'Arabia Saudita è in difficoltà e la stessa Turchia (altro alleato storico degli Usa) deve fare i conti con le proteste della popolazione islamica e un governo instabile. Sullo sfondo la crisi israelo-palestinese, insanguinata da attentati e repressioni.

Il 26 settembre 2002, per cercare di dare una spallata all'impasse, Tony Blair illustra un dossier dei servizi segreti con particolari inquietanti. Saddam avrebbe un arsenale di armi chimiche, che sarebbe pronto a lanciare in 45 minuti, su missili a lunga gittata.

L'Iraq respinge le accuse, i controlli che non siano Onu e, a inizio ottobre, avverte che non accetterà nuove risoluzioni. Le Nazioni Unite iniziano una difficile trattativa con Bagdad per l'invio di un pool di ispettori che, capitanati da Hans Blix, arrivano in Iraq a fine novembre. Il 7 dicembre, Saddam consegna alle Nazioni Unite un rapporto di 12mila pagine: per il Consiglio di Sicurezza non rivela nulla. Gli ispettori vanno avanti.

Nei primi due mesi del 2003 la questione irachena entra nel vivo. America e Inghilterra premono per l'intervento militare. Colin Powell presenta una relazione al Palazzo di vetro con le "prove" raccolte dagli Usa: intercettazioni, foto e immagini satellitari che evidenzierebbero le violazioni irachene alle risoluzioni. Nel mirino la possibile presenza di 6.500 testate chimiche di cui non si conoscono le sorti.

A fine febbraio Usa, Inghilterra e Spagna presentano al Consiglio di Sicurezza una nuova risoluzione contro Bagdad: "Tempo scaduto, Saddam ha perso l'ultima chance". Francia, Germania, Russia e Cina si oppongono. L'ipotesi franco-tedesca di inviare caschi blu in Iraq rimedia un altro «No» del dittatore che, tuttavia, a marzo inizia a fare qualche concessione: distrugge alcune decine di missili Al Samoud (dalla gittata troppo ampia). «La solita politica del tira e molla», commentano gli angloamericani (e non solo loro). Anche la Nato vive a febbraio un momento di scontro quando è necessario decidere sugli aiuti alla Turchia in caso di attacco: trova un accordo solo dopo giorni.

All'Onu, intanto, le divisioni restano. L'11 marzo Bush fa l'ultima offerta a Saddam spostando l'ultimatum oltre il 17. Poi il 16 marzo, mentre il Papa pronuncia, con una risolutezza che raramente ha usato in passato, un perentorio «Mai più guerre», al vertice delle Azzorre Usa, Gran Bretagna e Spagna richiamano l'Onu: «O Saddam disarma o lo disarmeremo noi». E lui replica: «Porteremo il terrore in tutto il mondo». Un mondo sempre più diviso fra interventisti (30 paesi appoggiano gli alleati) e non.

Il 18 marzo il presidente Usa sconfessa l'Onu, ribadisce che la risoluzione 1441 gli dà diritto automatico all'uso della forza e lancia l'ultimatum al raìs di Bagdad: «O l'esilio entro 48 ore, o attaccheremo». Pronta la risposta di quest'ultimo: «Siamo pronti ad affrontare e respingere gli invasori». Il 19 marzo, vigilia dell'ultimatum, la Turchia concede agli alleati solo il sorvolo, la Germania anche l'uso delle basi. Il governo italiano, ufficializza in parlamento la sua posizione (prima mai chiarita del tutto): l'Italia non invierà militari ma concederà basi e sorvolo.

20  marzo  2003

  News2000

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