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Saverio Marconi, una passione che viene da lontano Attore, regista, produttore e autore: sin da bambino sognava il palcoscenico
Lei è stato attore di teatro e di cinema, poi ha scelto di fare il regista e si è dedicato alla produzione di musical. Perché ha scelto proprio questo genere teatrale? È una passione che ho sempre avuto, fin da quando ero piccolo. Avevo forse quattro o cinque anni quando mi portavano a vedere al cinema i film musicali, gli unici che d’altra parte potevo vedere a quell’età, come per esempio "Sette spose per Sette fratelli": ecco io l’ho visto quando è uscito al cinema! Poi il mio lavoro mi ha dato la possibilità di tornare al musical. In realtà ho studiato anche danza e canto, non solo recitazione, ma sono piuttosto stonato e quindi è meglio che faccia il regista. Negli ultimi anni si sta assistendo a una vera e propria riscoperta del musical, non solo di importazione, ma anche come produzione originale. Secondo lei questo a cosa è dovuto? Sicuramente sta nascendo un nuovo interesse che sta piano piano crescendo, ma ancora non c’è stato il vero e proprio boom. Ci si arriverà più avanti, spero. Comunque il successo del musical è sicuramente dovuto al fatto che questo è un genere teatrale che arriva molto più facilmente e molto più direttamente al pubblico. La musica ha questo potere: riesce a entrare nel pubblico, a emozionare e a suscitare immediatamente allegria, tristezza, dolore… Il musical è un genere che in Italia vanta una lunga tradizione: mi riferisco alla commedia musicale di Garinei e Giovannini. La situazione è comunque differente… Sì certo, è molto diversa. Primo perché allora c’erano solo Garinei e Giovannini, mentre adesso c’è molta più scelta. Poi c’è internet ed è più facile reperire informazioni sugli spettacoli in scena, non solo in Italia, ma anche all’estero. Libero.it ne è un esempio. E infine la gente si muove di più e magari va anche in Germania, in Francia, in Spagna a vedere musical, e spettacoli in genere. Da cosa nasce l’esigenza di tradurre in italiano i testi delle canzoni ? Cosa per altro non semplice, vista la differenza strutturale e fonetica delle due lingue… Sì, infatti, non è semplice. Comunque tradurre i testi delle canzoni in italiano è fondamentale per dare continuità narrativa allo spettacolo. In realtà tutti gli spettacoli nati a Londra quando vengono portati all’estero sono tradotti. Lei ne troverà una versione giapponese, una tedesca, una spagnola. La maggior parte delle persone non capirebbe nulla di uno spettacolo non tradotto. Certo in molti casi il pubblico conosce a memoria la versione originaledelle canzoni, per cui all’inizio la versione italiana può risultare leggermente difficile e lasciare un po’ spiazzati, ma senza la traduzione, ripeto, si perde il filo dello spettacolo. Alcune produzioni italiane hanno visto coinvolti musicisti come Cocciante, Dalla e recentemente Branduardi. Anche lei ha collaborato coi Pooh. Perchè si scelgono grandi nomi? Perché non ci sono giovani autori? In realtà ci sono moltissimi autori giovani, ma è difficilissimo nel nostro campo farsi conoscere, emergere. In genere le scelte sono dovute a esigenze di produzione: il pubblico preferisce andare sul sicuro, anche se bisogna dire che il grande nome non è garanzia di un buon risultato. Io conosco moltissimi compositori di talento che però fanno molta fatica a trovare spazio perché non c’è ancora un pubblico così vasto per il musical da permettere anche a loro di lavorare e di farsi conoscere. Parliamo del suo ultimo lavoro, un vero e proprio successo di pubblico e di critica. Come nasce l’idea di fare uno spettacolo su Pinocchio? E perché ha scelto di lavorare proprio con i Pooh? L’incontro coi Pooh risale a molto tempo fa: volevamo fare qualcosa insieme e così è nato "Pinocchio". Sono stati loro, in realtà, a lanciare l’idea e a me è sembrata un’ottima proposta: da una parte una storia che è completamente italiana e dall’altra un gruppo italianissimo come i Pooh, sulla scena ormai da decenni. La nostra in realtà è una versione un po’ differente rispetto al testo originale e soprattutto è un a messinscena che ha puntato sulla spettacolarità degli effetti speciali. Qual è lo spettacolo al quale è rimasto più legato, se ce n’è uno o uno solo… In realtà ce ne sono molti, ma forse si rimane un po’ più legati all’ultimo spettacolo che si è portato in teatro, quindi direi "Pinocchio", anche perché, io amo dire che i miei spettacoli sono per me un po’ come dei figli e molto spesso capita che sia proprio l’ultimo nato in famiglia ad avere più bisogno di cure… Parliamo del rapporto tra musical cinematografici e quelli teatrali: c’è qualcosa che hanno mutuato l’uno dall’altro? E in che modo sono diversi? Una delle differenze fondamentali è proprio la traduzione. Mentre nel teatro è possibile creare versioni differenti, la stessa cosa non può avvenire per il cinema, per evidenti problemi di costi e di tempi. Intendo, ovviamente, una traduzione completa non solo del parlato, ma anche delle canzoni. Il bello sarebbe poter vedere il film in lingua originale, in modo tale da non spezzare il ritmo della scena e della storia. Nona caso il musical americano a poco a poco ha perso di interesse nel mondo, proprio perché nessun pubblico era totalmente in grado di comprendere i testi in inglese. Abbiamo visto questo anche con gli ultimi musical hollywoodiani: il successo di "Moulin Rouge" si legge facilmente considerando che il regista (Baz Lurman, ndr) ha utilizzato canzoni molto famose che il pubblico già conosceva, mentre per esempio Chicago non ha avuto la stesa fortuna. Stessa cosa era capitata anche con "Evita", quando in film è uscito in inglese coi sottotitoli. Progetti futuri? Adesso aspetto di finire le prove di questo mio "Tutti insieme appassionatamente", che debutterà a Milano a fine dicembre… La protagonista di questo suo nuovo lavoro è Michelle Hunziker. Come mai ha scelto proprio lei per interpretare il ruolo che fu di Julie Andrews nella versione cinematografica del ‘65? Perché trovo che sia molto giusta per questo ruolo. Lei ha una grande energia, una grande vitalità, è solare ed è molto semplice, ha tutte le caratteristiche per interpretare bene questo personaggio… Una sorta di aderenza quasi naturale al personaggio, come se dato il suo carattere, il suo modo di essere riuscisse a immedesimarsi meglio nella parte? Certo, in fondo è molto importante che il regista sappia scegliere gli attori che meglio potrebbero dare vita a quel determinato personaggio. Il buon regista è proprio quello che sa trovare il giusto interprete per ogni singolo ruolo.
15
ottobre
2004
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