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Dario Picciau: il genio, l'arte, la lucidità A tu per tu col "campione" della digital art italiana e la sua idea: realizzare un film su Anne Frank
La sfida italiana ai colossi dell'animazione di Hollywood parte da Milano Due ed è firmata Dario Picciau e Roberto Malini. Enfant prodige dell'arte digitale italiana e artista dei lungometraggi in computergrafica il primo; scrittore, poeta, copywriter e ufologo il secondo. Definizioni che vanno comunque strette alle magmatiche personalità dei due, che insieme hanno sbancato i maggiori festival cinematografici di settore col film "L'uovo" e hanno fondato una casa di produzione, la "263 films", per un progetto ambizioso: un lungometraggio d'animazione in 3D sulla vita e la persona di Anne Frank, pronto a Natale 2006. Dario Picciau ne è certo, la sceneggiatura di "Anne Frank, una vita da ricordare" «è assolutamente da Oscar».
Davvero? Non siamo noi a dirlo, sono stati i vertici della Miramax, che l'hanno letta.
Aspetta, facciamo un passo indietro. Chi è Dario Picciau? Ho 29 anni e sono nato a Milano. Fin da piccolo ho avuto un forte interesse per l'arte e la riproduzione della realtà e la mia fortuna è stata incontrare Roberto Malini quando avevo 11 anni (vedi box a lato); lui ha colto in me determinati aspetti artistici che non sapevo di avere e contro il parere di altre persone che avevano potere su di me, come i miei genitori, mi ha spinto a proseguire nella direzione in cui opero e vivo tuttora.
E poi? A 13 anni ho iniziato a farmi conoscere realizzando illustrazioni e progetti grafici per importanti aziende, grazie alla fiducia concessami da un'agenzia pubblicitaria. Così ho vinto alcuni premi, tra cui quello che ritengo, moralmente, il più importante della mia vita: "La Vela", attribuito da una giuria di quell'agenzia di pubblicità, per una serie di immagini che avevo realizzato in competizione con altri giovanissimi italiani, i migliori in circolazione. In quel periodo conobbi Malini, che era già un affermato direttore creativo e lavorava a progetti artistici innovativi, che prevedevano l'impiego del computer. Da qui una serie di risvolti culturali nel rapporto tra me e Roberto.
Cioè? Oltre a volermi far progredire da un punto di vista tecnico e produttivo, Malini ha fatto anche un enorme lavoro di trasferimento di valori nei miei confronti, un travaso della sua cultura classica ma anche moderna, che poi ho interiorizzato da solo. In parallelo ho sviluppato fin da giovane una sensibilità veloce nei confronti di tutto ciò che è tecnologia, cosa che mi ha portato a imparare a utilizzare software in maniera molto rapida e a padroneggiare quasi il 90% dei programmi presenti sul mercato. Non solo quelli grafici, ma tutto il mondo della tecnologia digitale.
E la pittura? Infatti. Tutti questi aspetti, uniti al background che mi ha lasciato Malini, hanno sviluppato la mia sensibilità artistica, nata come pittura tradizionale (a olio e ad acquerello) impressionista, espressionista, metafisica, orfica, sperimentale a seconda del periodo artistico che studiavo di volta in volta, fino a raggiungere un mio stile definito. Poi, dopo aver frequentato la scuola di cinema e teatro, in pratica l'Actor's Studio europeo, a Milano e Parigi, la mia arte si è evoluta anche nell'ambito video con la computergrafica.
Ti senti un artista, un tecnico, un genio, un visionario? Cosa? Noi costituiamo il prodotto di ciò che siamo naturalmente, unito alle esperienze che facciamo e maturiamo artisticamente. La responsabilità di essere un artista è grande e per essere tale deve nascere da una base concreta: per cui se sono un artista - ma ancora in evoluzione, intendiamoci - lo devo in gran parte al fatto di aver avuto al mio fianco Roberto Malini. La cosa che connota il nostro lavoro è che è assolutamente originale e pochissimi al mondo sono in grado di farlo come lo facciamo noi, sia per stile che a livello tecnico.
Spiegati... Beh, io e Malini dovevamo pur guadagnare per vivere, per cui è nato un discorso di pubblicità, art direction e web design, settori in cui ogni opera realizzata deve superare il giudizio di molte persone. E in questo modo abbiamo perfezionato anche la nostra sinergia. Sono stato art director per 5 o 6 anni, da quando ne avevo 17 e mezzo, un po' dappertutto: ho lavorato in quasi tutte le società di comunicazione italiane. Da lì in poi io e Malini abbiamo avuto come clienti alcune delle maggiori multinazionali del mondo: Sony, Virgin, Disney, 3com, Ibm, con campagne relative alla comunicazione multimediale, insieme a cd rom di rappresentanza delle varie società. A un certo punto abbiamo cominciato a sviluppare prodotti multimediali nostri perché ritenevamo inadeguato alle nostre caratteristiche dedicare energie a prodotti troppo commerciali, mentre in parallelo continuavamo coi nostri prodotti artistici e alcune mostre a Londra, Parigi e New York.
Poi è arrivato il cinema... Il nostro successo nel mondo del marketing ci ha spinto a investire tutto ciò che avevamo guadagnato con la pubblicità in un nuovo progetto, "L'uovo". Ho preso l'omonima novella in versi scritta da Malini quando aveva 16 anni, me ne sono innamorato e con lui ho deciso che bisognava farne qualcosa; volevamo far sì che l'Italia tornasse in primo piano in questo ambito artistico. Abbiamo iniziato a lavorare su "L'uovo" e lo abbiamo realizzato in quattro persone, nel tempo libero, in un anno e mezzo. Siamo stati selezionati in tutti i festival più importanti del mondo vincendone un bel numero e battendo film da 30 milioni di dollari delle major americane.
Un capolavoro, allora? Attualmente "L'uovo" è il film più importante nella storia dell'animazione italiana.
E sull'onda dell'emozione e della soddisfazione de "L'uovo" ci si butta nel big project "Anne Frank", un film da 10 milioni di euro... Sì, il progetto mi ha convinto subito, spinto anche dall'incontro con persone illuminate come Mx Renaud (produttore de "L'uovo") e Andrea Jarach (ora presidente della 263 films). Non voglio arrivare a 90 anni e accorgermi di non aver fatto niente nella vita di ciò che conta davvero. Ciò che conta, se si è artisti, è rispettare dei dogmi, il primo dei quali è la responsabilità verso chi ascolta.
Una vera mission, che pervade tutto il progetto Anne Frank e ne sostiene lo spessore artistico, tecnologico e umano. Al pubblico, tra 2 anni, il giudizio finale.
11
giugno
2004
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