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Dici radio, dici Linus A tu per tu con la voce storica di una radio storica, Radio Deejay
Capelli corti, sguardo attento e capace di trasmettere serenità, fasciato da una camicia bianca e da normalissimi jeans. Pasquale Di Molfetta in arte Linus, firma autografi sotto il tendone di Riva del Garda e dispensa consigli a chi gli chiede «Vorrei diventare uno speaker, come devo fare?». Sempre disponibile, il direttore artistico di Radio Deejay parla del futuro della radio e dei suoi gusti musicali.
Come è cambiata la radio da quando hai iniziato? È cambiata in tutto e in niente. Nel senso che è cambiata la cornice, perché adesso la radio è una cosa seria, la gente ci lavora, lo fa senza che sia guardata male, il volume d'affari è cresciuto mentre prima tutto era veramente un gioco. Detto questo, poi la radio è sempre quella: uno che parla e un disco che suona.
La radio è vittima del marketing? Beh, ci sono delle scelte obbligate. Se si fa una radio che si ascolta in tutta Italia, sotto i 3/4 milioni di ascoltatori non si esiste; per fare una radio così però, si hanno dei costi tali per cui si rischia di non sopravvivere. Per fare 3/4 milioni di ascoltatori si è dunque costretti a fare una radio commerciale, facile.
Per chi ha finito un master o ha una laurea in scienze della comunicazione, quanta speranza c'è di poter lavorare in una radio? La possibilità c'è: in questi anni sono nate delle figure professionali all'interno del mondo radiofonico non soltanto vicine a quelle che le scuole tentano di formare. Credo però che questi corsi o master siano al 90% una presa in giro. Come le scuole per disc jockey, che vogliono insegnare a diventare un artista: o lo si è o non lo si è, la comunicazione è una cosa che si impara sul campo. Le scuole di comunicazione servono, ci mancherebbe, ma mi sembrano spesso un modo di procrastinare l'ingresso nel mondo del lavoro. Fra un ragazzo che a 18 anni entra nella radio come fattorino e fa tutta la trafila fino a diventare direttore marketing e uno che esce dall'università con un master in comunicazione, il primo in radio esce alla grandissima.
Che futuro vedi per la radio? Il futuro è nelle radio digitali, quando finalmente ci saranno, ma ci vorrà ancora qualche anno; allora con un solo segnale e un satellite si coprirà tutto il Paese e da un costo di venti miliardi all'anno per tenere la radio accesa si passerà a due miliardi. A quel punto avrà senso far esistere anche una radio che fa soltanto country o qualunque altra cosa.
Confucio diceva: se vuoi sapere se un popolo ha un buon governo e buone leggi, ascolta la musica che fa. Cosa ne pensi? (Grandissima risata, ndr). Che noi siamo un popolo che in questo momento ha le idee molto confuse ed è la drammatica conferma che Confucio aveva ragione. Musicalmente la nostra è una stagione di passaggio, ci stiamo liberando della nostra origine melodica e può essere anche giusto; però ancora non sappiamo dove andare.
Molti gruppi però ritornano al melodico... Secondo me siamo in un periodo di transizione per tutto il mondo della musica, anche tecnicamente. Dal punto di vista commerciale, tra dieci anni speriamo di poter guardare questi anni con un po' più di serenità.
C'è qualche artista che ti colpisce musicalmente? Guarda, io sono un depravato, non faccio testo perché ascolto tantissima roba, ma non c'è una cosa davvero degna di nota. Certo, tra gli artisti italiani che stiamo mettendo in programmazione in questo periodo mi piace un ragazzo che si chiama Ivan Segreto, un ragazzo siciliano che ha fatto un disco un po' jazz, anche se questa ondata di post crooner (cantante di canzoni lente e sentimentali, ndr) mi ha già stufato: Michael Bublè, Peter Cincotti, uffa. È un po' come i format televisivi: un autore ha un'idea e tutti lo seguono. Ormai ci siamo abituati.
18
maggio
2004
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