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Secoli e secoli di chiome dorate Viaggio nei biondi miti della storia, da Afrodite a Marilyn
La bionditudine è un mito che viene da lontano. Non è un caso se Afrodite, dea greca della bellezza, ribattezzata Venere dai romani, era rappresentata con una chioma lunga e bionda nelle statue a lei dedicate. Tra esse, la più famosa fu senza dubbio quella scolpita da Prassitele, custodita e venerata a Cnido, un porto sulla costa asiatica della Grecia: una figura bionda, alta e completamente nuda.
Da lì nacque la celebrazione del mito delle bionde. E proprio con l'avallo di Afrodite - come ricorda Joanna Pitman nel libro "Tutto sulle bionde" - i capelli chiari diventarono non solo un segno inconfondibile di straordinaria bellezza, ma più esplicitamente un richiamo sessuale. La strada era segnata: il color oro si era insediato nei canoni classici della bellezza e del potere e la femminilità veniva celebrata con le chiome bionde. Poiché l'oro non è attaccato dalla ruggine - scriveva la poetessa Saffo -, la chioma dorata di Venere simboleggiò la sua libertà dalla contaminazione, dall'invecchiamento e dalla morte.
Non furono rare, anche nella civiltà romana, le donne che si tinsero i capelli d'oro, come la bellissima Giulia, figlia dell'imperatore Augusto, o Messalina, moglie dell'imperatore Claudio e Poppea, moglie di Nerone.
Con il passare dei secoli, ogni epoca conferì un diverso significato alla "bionditudine". La poesia di Petrarca (1304-1374) è piena di elogi alle bionde chiome di Laura. Ma nel Medioevo le chiome chiare diventarono anche fonte di pregiudizio: una ciocca di capelli biondi o un bagliore dorato sulla fronte - secondo le credenze del tempo - erano sufficienti ad accendere la febbre del desiderio. E l'associazione con le streghe e il diavolo era dietro l'angolo.
Le ciocche bionde assursero a seducente ossessione nel Rinascimento. La dea più in voga di quell'epoca fu Venere e proprio lei, con la sua chioma bionda e l'incarnato roseo a influenzò più di altre il canone della perfezione femminile nella pittura, nella poesia, nella vita comune. Più apprezzate che mai erano dunque le chiome bionde e la carnagione pallida delle bellezze del passato mitico. Un esempio storico è dato da Lucrezia Borgia, duchessa di Ferrara, figlia del cardinale spagnolo Rodrigo Borgia (in seguito divenuto papa con il nome di Alessandro VI) e della sua amante Vannozza Cattanei: bellissima, dalla carnagione chiara, grandi occhi e con, per l'appunto, una cascata d'oro di capelli ondulati.
Facendo un balzo in avanti di circa un secolo, toccava all'Inghilterra elisabettiana essere sedotta dal "blond power": anche i ritratti ufficiali della regina Elisabetta (a cavallo tra il 16esimo e il 17esimo secolo) raffiguravano una diva bionda, ma è noto che la regina inglese era solita acquistare parrucche.
La bionditudine diventa persino un'ideologia negli Anni '30, con il culto della razza ariana nella Germania nazista. Negli Usa, a partire da quegli anni e fino alla conclusione della Seconda Guerra Mondiale, Hollywood si rivolse a un pubblico internazionale, sfornando migliaia di film nei quali spiegava la diffusa preferenza per la donna dalla chioma dorata. Icona di quei tempi è "Venere Bionda", film prodotto nel 1932, in cui Marlene Dietrich incarna la bionda divinità che volle cospargere sulla sua parrucca l'equivalente di 60 dollari di polvere d'oro, per regalarsi qualche scintillio in più.
E la storia continua, fino all'intramontabile mito di Marilyn Monroe, che preferì tingere di biondo platino i suoi insipidi capelli castani. E fino ai giorni nostri, fatti di star e dive che ci sorridono dalle riviste o dagli schermi piccoli e grandi incorniciate nelle loro immancabili chiome bionde.
27
aprile
2004
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