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NETWAR 
«La tecnologia
non è tutto»

Intervista ad Andrea Nativi, direttore di Rid, la Rivista italiana della Difesa: le armi intelligenti servono. Ma la coperta rischia di essere troppo corta

In questi ultimi anni la tecnologia ha assunto un ruolo determinante nello sviluppo degli armamenti e delle strategie militari. Come potrebbe essere la guerra del futuro?
Non ci sarà una guerra sola. Ci saranno tanti tipi di guerra a seconda delle parti in causa. Per esempio, guerre tribali in Africa dove ci si uccide a colpi di machete e le vittime sono moltissime anche se non ne parlano i giornali. Un secondo tipo guerra sarà quella al terrorismo e si svolgerà sotto varie forme e dimensioni: bellica, politica, economica e di intelligence. Poi ci saranno ancora le operazioni di pace anche se oggi si tratta di una stagione in declino: l'idea dell'ingerenza umanitaria dopo l'era clintoniana è sfumata. Le azioni di peacekeeping costano molto e si useranno solo quando sono in gioco interessi forti, umanitari e non. Poi ci sono confronti militari che vedono coinvolti Stati veri e propri, più o meno sviluppati da un punto di vista economico e militare. In questo caso si avranno sempre di più guerre ad alta intensità. Caratteristica principale di questo nuovo tipo di conflitti sarà la velocità: saranno compressi i tempi necessari per raggiungere un certo tipo di risultato che è determinante. Un tempo gli strateghi avevano una fissazione per la battaglia decisiva e la distruzione delle armi del nemico. Una parte della nuova dottrina, invece, punta a costringere il nemico ad andare a un tavolo delle trattative, ad abbandonare le armi di distruzione di massa.

Il primato tecnologico sarà sempre più decisivo...
In un certo senso sì, ma io sono uno dei pochi che osa criticare questo principio. Facciamo un riferimento calcistico: se giochi contro una squadra e vinci già tre a zero perché vincere 30 a zero. Bisogna tenere conto che le nuove armi hi-tech costano molti soldi, anche se i prezzi si sono ridotti in questi ultimi anni. E per puntare a questa qualità esasperata si è costretti a rinunciare alla quantità: non sempre questo è possibile. Poniamo il caso che ci si trovi di fronte a due grandi crisi regionali come l'Iraq e la Corea del Nord. Aggiungiamo gli interventi in Afghanistan, la lotta al terrorismo e gli altri fronti che coinvolgono le forze militari occidentali in più parti nel mondo. In quest'ottica la coperta sarebbe troppo corta: non ci sono quantitativamente gli uomini e i mezzi per farlo.

Oggi le società occidentali sopportano sempre meno la perdita di vite umane nell'ottica di nuovi conflitti bellici. Potrebbe essere questo uno degli obiettivi politici della guerra tecnologica?
Penso che sia un grande fraintendimento. Lo scopo delle armi intelligenti non è mai stato quello di far morire meno gente sul fronte nemico, caso mai nell'evitare perdite interne. L'obiettivo è la razionalizzazione delle risorse, di mezzi, l'accelerazione dei tempi. Oltretutto le armi avanzate non possono essere usate contro tutti gli obiettivi.

Insomma, la guerra pulita è un mito irrealizzabile?
Assolutamente sì. È un mito falso. La guerra a zero morti non esiste e bisogna anche piantarla di parlarne. Bisogna continuare pensare che la guerra è una cosa orrenda e che la gente muore. Se un governo credesse che la guerra ha solo un costo economico, senza la perdita di vite umane, avrebbe meno scrupoli ad avviare sempre nuovi conflitti. Oltretutto noi occidentali ci poniamo dei limiti che altri non riconoscono: penso, a esempio, ai civili usati come scudi umani e armi posizionate nei centri abitati. Il fatto che l'occidente sia così sensibile è per gli avversari un punto di forza.

Quali sono le possibili applicazioni della guerra tecnologica nel campo della lotta al terrorismo?
Ovviamente moltissime. Pensiamo solo alla capacità di sviluppo dell'intelligence. Siamo di fronte alla Netwarcentric warfare, la guerra in rete. Sarà sempre più importante assumere nuove informazioni e rendere il ciclo decisionale più reattivo rispetto ai tempi dell'avversario. Un tempo, le informazioni erano gestite a livello strategico, oggi ogni singolo comandante è in grado di avere a disposizione tutte le coordinate del caso. Comunque, il compito delle forze armate non è di scovare il singolo terrorista: spetta alle forze di polizia.

Quanto investe l'Italia in tecnologie militari?
Pochissimo: siamo uno scandalo. Lo stesso ministero della Difesa ammette che servirebbero investimenti consistenti in tutti e tre i settori fondamentali: la ricerca di base, quella applicata e l'acquisizione dei prodotti. Oltretutto continuiamo ad avere la mania di infilarci in tanti programmi di sviluppo, dimenticando che, poi, non ci sono i soldi per comprare i prodotti che sono frutto di questa ricerca. E poi manca ancora un impianto normativo che possa correre di pari passo con i nuovi scenari dell'industria bellica.

All'orizzonte si profila un nuovo conflitto in Iraq. Cosa cambierà rispetto al 1991? Quali nuove tecnologie militari potrebbero essere impiegate?
Per molti osservatori non addetti ai lavori ci saranno poche differenze. Le piattaforme, in molti casi, sono rimaste le stesse: aerei, navi, blindati. Quello che è cambiato è ciò che c'è dentro, come le forze sono interconnesse tra loro e come sono impiegate. Nel '91, il munizionamento di precisione corrispondeva al 7%. Oggi, in caso di conflitto, corrisponderebbe a circa il 60%. Si cercherà di impiegare un'arma per ogni missione. Un aereo solo sarà in grado di colpisce 12-16 obiettivi specifici all'interno dell'obiettivo principale.

Di fatto internet è la derivazione di una ricerca nata per scopi militari. Quali potrebbero essere le invenzioni del futuro nate in campo bellico e applicate alla vita di tutti i giorni?
Oggi più che mai, c'è una maggiore osmosi tra il settore civile e quello militare. A esempio, il progresso nella telefonia fa comodo anche all'industria bellica, lo stesso sul fronte dell'informatica di base. Tuttavia, certe sperimentazioni le possono finanziare solo i militari. Oggi sfruttiamo i satelliti da osservazione nati per scopi militari per vedere lo stato d'inquinamento o la morfologia dei territori. L'impiego dei materiali ceramici nei motori è una derivazione militare. Nell'industria automobilistica si comincia a parlare di radar per la nebbia o visori a infrarosso per evitare di andare a sbattere: strumenti che in campo bellico hanno applicazione già da decenni.

10  gennaio  2003

  Mauro Milesi
  dalla rete
Rid Rivista italiana della Difesa
Nato Il Patto atlantico
Aeronautica Armati con le ali

  sommario
La guerra del futuro 
Il colosso italo-inglese
della guerra tecnologica
 
«La tecnologia
non è tutto»
 
L'esperto
Andrea Nativi, 42 anni, è giornalista e analista del ministero della Difesa. È direttore di Rid, la Rivista italiana della Difesa, collabora con "Il Giornale" e con varie riviste specializzate, emittenti
radiofoniche e televisive. Nativi è anche autore di numerosi libri dedicati alle tematiche militari.
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