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La guerra del futuro Per sconfiggere il terrorismo nasce la Netwar: la guerra a rete. Le armi convenzionali non bastano più
Si respira aria di guerra. Ancora. Dopo l'11 settembre, dopo l'Afghanistan (e non è ancora finita), le forze militari occidentali potrebbero nuovamente schierarsi contro il nemico di sempre: Saddam Hussein. Il velo del conflitto sta lentamente ricoprendo le dichiarazioni dei politici, le operazioni finanziarie, i movimenti di uomini e mezzi nel Golfo Persico.
Sotto il profilo militare, dodici anni dopo Desert Storm, la situazione è notevolmente cambiata. L'ingresso crescente di nuove tecnologie ha dato vita non solo a una nuova generazione di armi, ma ha anche permesso la realizzazione di avanzati sistemi di controllo e di osservazione, di software per la gestione delle risorse, di strumenti in grado di operare in ogni condizione meteorologica.
Eppure la prima guerra del terzo millennio, quella contro il terrorismo di Al Qaeda, ha cambiato di colpo le regole del gioco. Bombe intelligenti, portaerei, caccia invisibili non sono, di fatto, riusciti a scongiurare l'attacco alla Torri Gemelle, né a catturare Osama Bin Laden, né a rompere completamente la rete che collega il leader di Al Qaeda ai suoi adepti. La rete, appunto. Proprio qui sta la chiave di volta dell'ultima evoluzione della strategia militare. Quando il nemico non ha un'organizzazione gerarchica definita, quando si muove a gruppi autonomi, quando non ha un riferimento fisico a cui essere collegato, allora le tecniche militari convenzionali non bastano più.
Da questa consapevolezza è nata la Netwar (Netwarcentric warfare), la guerra a rete. Sono molte organizzazioni di contrapposizione, di lotta sociale e quelle criminali che operano attraverso un sistema a diffuso come una ragnatela. Il terrorismo è l'esempio numero uno, ma il principio vale anche per i grandi trafficanti di droga e di armi, per i nuclei sovversivi e perfino per i Black blok. Ognuno opera attraverso informazioni che fluiscono come in un network, risponde in proprio degli atti che commette, difficilmente deve confrontarsi con un capo e, soprattutto, tenta di mimetizzarsi tra la normalità del quotidiano utilizzando anche propri codici di comunicazione.
Per fronteggiare questa nuova emergenza, gli strateghi del Pentagono hanno ridato vigore alle teorie di David Ronfeld e John Arquilla, due ricercatori della Rand Corporation che avevano dato vita nei primi anni Novanta al concetto di Netwar. E la Rand Corporation è la società di consulenza della Difesa statunitense che nel '63 consigliò al Pentagono di realizzare una rete di telecomunicazioni priva di centro, in grado di sopravvivere a un attacco nucleare. Fu il progetto che generò internet.
Come funziona la teoria della Netwar? Innanzitutto parte dalla consapevolezza del fallimento di alcuni sofisticatissimi sistemi di controllo delle comunicazioni di massa: Echelon e Carnivore. Entrambi non furono in grado di riconoscere e decifrare le informazioni che i terroristi di Al Qaeda si scambiarono prima dell'11 settembre. I nuovi obiettivi a cui tende la teoria della guerra a rete sono quelli di abbattere le gerarchie, valorizzare l'autonomia, semplificare le procedure decisionali, diffondere rapidamente le informazioni. Per sconfiggere un network, occorre un altro network.
Già sul fronte afgano, il Pentagono sta sperimentando una "Tactical web page", a cui si possono connettere tutti i soldati impegnati nelle azioni militari. Un sito a prova di hacker che definisce le posizioni di ogni singola unità interna e quelle del nemico, precisa gli obiettivi della missione, consente un immediato scambio interattivo di informazioni. Ogni militare riceve e fornisce notizie che completano e arricchiscono il sito: tutto con pochissimi clic.
Il governo americano ha investito miliardi di dollari in questo programma anche se l'amministrazione Bush deve continuamente fare i conti che le lobby che producono e sponsorizzano le armi di precedente generazione. Sono molti, infatti, i progetti dedicati a sofisticati elicotteri, aerei robotizzati, blindati a prova di bomba che restano nei conti di bilancio anche se la loro reale efficacia sui nuovi fronti di guerra resta tutta da verificare. Difficile, in ogni caso, per la politica americana dire no alle pressioni dei produttori di questi armamenti che hanno un filo diretto con i vertici militari e che fatto valere il loro peso nelle file del Congresso.
10
gennaio
2003
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