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Vini cari? Colpa dei ristoratori Lo denuncia il barone Ricasoli, presidente del "Consorzio Marchio Storico del Chianti Classico". «Ricarichi fino a 5 volte tanto»
Tempi bui per il vino, dopo anni di boom. Mentre cala sensibilmente l'export del nettare degli dei (i dati parlano di meno 16, 6% in volume), il consumo interno non si allontana dalle stesse logiche di contrazione (nel 2003 i consumi delle famiglie italiane scendono dello 0,6%: da 862 a 857 milioni di litri, secondo una ricerca di Ismea-Nielsen). Unica voce in crescita sono i prezzi. Troppo, per le tasche medie dei consumatori, sempre più con la cinghia tirata. Indice puntato soprattutto contro ristoranti ed enoteche, colpevoli di praticare ricarichi fino a 5 volte tanto rispetto ai prezzi delle cantine, stando al j'accuse del barone Giovanni Ricasoli Firidolfi, presidente del "Consorzio Marchio Storico del Chianti Classico" (quello del Gallo Nero, ndr)
Lo abbiamo sentito dopo il suo intervento-denuncia a una recente tavola rotonda sul rapporto tra prezzo e qualità del vino organizzata a Castellina in Chianti (Siena).
I vini hanno raggiunto prezzi folli: tutta colpa dei ristoratori italiani? Bisogna fare dei distinguo, ma la risposta è sì, il problema esiste. Il prezzo medio di una bottiglia di Gallo Nero d'annata in cantina è pari a 5,26 euro, una cifra competitiva e contenuta. Sul prezzo non incide solo la scelta del produttore. Pesano soprattutto i ricarichi praticati dalla ristorazione, mediamente tra 2,8 e 5 volte il costo di acquisto, mentre nelle enoteche il ricarico medio oscilla dal 40% all'80%. Ma è chiaro che certi aumenti sono più comprensibili e meglio tollerati se la bottiglia di vino viene ordinata e consumata in un ristorante del centro storico, che deve pagare determinati canoni d'affitto e che serve il vino nei bicchieri di cristallo grandi tipo "balloon", con determinati standard di servizio. Meno giustificato ai miei occhi e a quelli dei consumatori sono i ricarichi fuori da ogni logica effettuati dalla trattoria o dall'osteria fuori porta o decentrata, che spesso fa pagare molto caro un vino di media qualità.
Quali rimedi ipotizza? Credo che bisognerebbe valorizzare i vini da denominazione, per avere la certezza di comprare vini di qualità. Si potrebbero spingere di più vini di aziende meno conosciute, ma sempre appartenenti a consorzi. Inoltre si potrebbe prendere spunto da quanto accade in altri Paesi come la Francia per aiutare il mercato dei vini: per spronare il cliente a ordinare un vino di livello alto, si è introdotto nei ristoranti il sistema americano del "doggy bag". Così se si sceglie un vino costoso non si avrà paura di sprecarlo, perché la bottiglia non finita è lasciata al cliente da portare a casa. Oppure sempre in Francia esistono le mezze bottiglie anche per i vini di qualità, cosa che da noi non esiste ancora. Sono freni da sbloccare, consentirebbero ai consumatori di avvicinarsi di più questo mondo.
Quanto di questa piaga è dovuto all'arrivo dell'euro? Sicuramente la moneta unica ha inciso in modo rilevante sui listini prezzi dei ristoranti, e non solo nell'ambito dei vini. Una bottiglia che costava 18mila lire, ora costa 18 euro. I ristoranti hanno solo cambiato la lira in euro.
A proposito di moneta unica. L'euro forte sta invece remando contro le esportazioni tradizionali. Come si sta reagendo? Sicuramente il dollaro debole sull'euro comporta una netta contrazione delle importazioni di vini italiani dal più importante mercato americano. Per intenderci, 1/3 della produzione del Chianti Classico è venduto negli Usa, ma ultimamente il dato registra una sensibile diminuzione, insidiato da nuovi mercati come l'Australia e il Cile. Per fare un esempio parlo del nostro caso: il "Gallo Nero" ha subito un calo del 10% nelle esportazioni generali, dal 2002 al 2003. Non ci resta che guardare verso nuovi orizzonti. I mercati del futuro possono essere la Russia, la Cina e l'India, dove si moltiplicano i nuovi ricchi cui noi stiamo già rivolgendo la nostra attenzione.
26
marzo
2004
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