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Un italiano nella Sala Ovale Un doppio passaporto e una carriera da giornalista, Marco Contini si è candidato alle presidenziali del 2004. Per gioco, ma seriamente
Nato in Pennsylvania nel 1965, 38 anni, italiano ma con passaporto doppio (e dunque anche cittadino americano) Marco Contini si è candidato alle presidenziali del 2004. Giornalista, ha lavorato per la Cnn e Il Manifesto, oggi scrive per Il Riformista. La sua corsa alla Casa Bianca è iniziata un po' per gioco, un po' per dovere, ma, giura lui, verrà portata avanti molto seriamente e soprattutto verrà portata a termine.
Com'è nata l'idea? È terribilmente semplice: qua in redazione ragionavamo su come seguire le presidenziali del 2004, perché, che la cosa piaccia o meno, sono l'avvenimento politico del prossimo anno. Poi per come funziona il meccanismo le loro elezioni durano un anno e mezzo: pre-primarie, primarie, convention... Non è come negli altri Paesi che ci si comincia a ragionare pochi mesi prima del voto. Volevamo raccontare la cosa andando al di là della cronaca, così mi è venuto in mente di candidarmi, per fare un diario presidenziale, per poter dare la visione di uno che ci partecipa. Anche se in modo sui generis. Siccome è chiaramente una puttanata (chiariamo: io ho sempre pensato di essere superman, ma non fino al punto di credere di poter davvero combattere per la poltrona più ambita) un sacco di gente si affaccia e mi chiede di poter giocare con me. Cioè? Basta immaginare la situazione: campetto di calcio, 6 ragazzini che giocano e 4 fuori che vogliono entrare in campo. Il principio è il medesimo. Per esempio un'amica che fa la regista mi ha detto: «Io ti faccio gli spot». E brava lei, e poi dove li mando in onda? Mica ho i soldi per pagarmi gli spazi. Potrei metterli sul sito... Insomma, vedremo. Poi mi ha scritto una cugina statunitense, di cui quasi ignoravo l'esistenza, che mi ha detto che sta facendo girare il mio sito qua e là tra i suoi compagni universitari. E così via. A quali obblighi burocratici ha dovuto adempiere? Inizialmente nessuno, perché basta dichiarare che ti candidi. Ora sto cercando di capire i prossimi passaggi. Per esempio: tutti i candidati che spendono più di 5mila dollari per la loro campagna elettorale (io per ora ne ho spesi 140, tutti per il sito) devono denunciare le spese alla Federal electoral commission e giustificarle. Per avere il proprio nome stampato sulla scheda elettorale, invece, occorrono un certo numero di firme e qualche dollaro di spese di registrazione. Altrimenti si è semplicemente un "write in candidate", un candidato il cui nome va scritto a mano nell'apposito spazio, lasciato bianco per gli outsider. Il suo zoccolo duro dov'è? Ho due elettori in Georgia, due in Indiana, una cugina in Massachusetts e una in Virginia. Per il gusto della goliardata voglio riuscire ad arrivare in uno Stato con il mio nome stampato accanto a quello di Bush e di Howard Dean, o chi per lui. Poi vedremo il conto finale, che comunque ci sarà, anche per noi minori. Sta pensando anche a qualche sponsor? Ci ho pensato e ho deciso di lasciar perdere. Voglio farla come se fosse una vera campagna elettorale, su tutti fronti, meno che su quello degli sponsor, perché per queste cose ci vogliono avvocati e contanti seri. Lì si rischia grosso. Metti che si sveglia uno al mattino che ti chiede: «Scusi Contini, lei ha ricevuto 120 dollari (o 120mila, è uguale) da John Smith, dove li ha spesi? Come li ha gestiti? Li ha denunciati?»... Non ho voglia di finire in galera per una cosa del genere.
Un quartier generale c'è? C'è eccome, è la casa di un amico dell'Indiana che ho nominato manager della mia campagna elettorale. Al momento fa partorire la moglie, però mi riempie di idee e cerca di aiutarmi a capire le robe burocratiche. Avere una persona lì, fisicamente, aiuta.
Il programma elettorale esiste? Su una serie di vicende interne, su cui di solito si fanno le campagne elettorali negli Usa, il mio è il classicissimo programma da sinistra democratica: dall'aborto, alla libera circolazione delle armi (sulle quali ci vorrebbero l'obbligo del porto d'armi e un maggior controllo sulla vendita), separazione tra Stato e Chiesa, eccetera. Siccome però questo non mi distingue dagli altri, ci sono due cose che invece sono più mie. La prima è che, essendo italoamericano, sto provando a spacciarmi come il fautore della ricostruzione del vecchio ponte tra Europa e Stati Uniti, l'anti-Rumsfeld insomma, cosa in cui credo fermamente. Penso che gli Usa abbiano bisogno di uno specchio in Europa. Un'Europa che non sia contrappeso, ma psicanalista degli Usa, il posto dove guardare per ritrovare se stessi, insomma. Essere una superpotenza è un brutto mestiere. Penso sinceramente che il miglior alleato degli Stati Uniti debba essere la Francia e non quella specie di schiavetto che sta sull'isola. L'altro mio punto di forza è un grande parto del quartier generale, frutto di un briefing transatlantico e va sotto il seguente slogan: «Sunshine for everyone», sole per tutti. Uno slogan di berlusconiana memoria: «Lavoro per tutti», «Meno tasse per tutti»... Non scherziamo! Si tratta di una battaglia per la trasparenza negli atti della pubblica amministrazione. Ci sono ambiti in cui i segreti devono rimanere tali, ovvio che la Cia non deve andare a dire in giro per il mondo cosa pensa, ma il fenomeno della separazione totale tra il dibattito vero che avviene alla presidenza del Paese e quello che esce fuori è clamoroso. Quando ci sono giudici che fanno causa alla Casa Bianca per ottenere le trascrizioni dei colloqui avuti tra il vicepresidente Cheney e i potentati dell'industria energetica e la richiesta viene rifiutata, allora lì c'è un problema. I sovietici l'avrebbero chiamata "glasnost" e il concetto è quello. Se io sarò eletto presidente metterò su internet le trascrizioni delle sedute nella Sala Ovale.
Nel suo programma si parla anche di riportare la moralità alla Casa Bianca, ma le si potrebbero fare due appunti su cose che in passato hanno fatto traballare altri candidati: lei non è sposato, pur avendo una compagna e dei figli, e ha dichiarato di aver fumato (e inalato) marijuana... Esiste un'idea distorta della moralità a stelle e strisce. Il punto è che questo era lo slogan di Bush nel 2000, ma più che alle gesta erotiche di Clinton con la Lewinsky, la questione morale era riferita alle bugie dette da Bill nel tentativo di difendersi da Starr. Ma siccome Bush è il più grande bugiardo che ci sia mai stato alla Casa Bianca, la mia moralità si riferisce a quello. Una cosa è raccontare balle sui fatti propri, privati, sulle grandi scelte di politica non si dovrebbe avere il diritto di dire frottole.
Per esempio? Il discorso sullo Stato dell'Unione non può essere fatto sostenendo una tesi falsa (una tesi che la Cia stessa ha detto essere falsa), raccontando che Saddam acquistava uranio arricchito in Niger, solo per far passare l'idea che quello sta costruendo l'atomica, solo per convincere i cittadini che è giusto bombardare l'Iraq. Se vuoi invadere quel Paese spiega perché senza prendere per in giro gli elettori. Politicamente è vergognoso, così come è vergognoso il lavoro di costante disinformazione che la Casa Bianca ha fatto su tutta la vicenda. Un sondaggio uscito prima della guerra diceva che il 70% degli americani pensava che Saddam fosse il mandante della strage dell'11 settembre... Ora, c'è evidentemente qualcosa che non va. Poi per me Bush può fare sesso con chi gli pare, quando parlo di moralità mi riferisco alla politica, niente a che vedere con le scappatelle.
Dalla sua ha però il fatto che suona il sax, come Clinton Lo suonavo, ora non più. E quando lo suonavo, lo suonavo malino, anche se ai tempi pensavo che avrei potuto fare il sassofonista per mantenermi. A dire il vero una volta ho pure tirato su 50mila lire, suonando in una band a una festa. Ma ora il sax giace lì e basta, piglia la polvere da dieci anni...
28
novembre
2003
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