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PROFITTO E SOCIALE 
La t-shirt politically correct

Produrre vestiti alla moda senza sfruttare i lavoratori è possibile. Lo afferma l'American Apparel, un'azienda californiana attenta al sociale

Come si fa ad essere trendy senza aver cattiva coscienza? All'American Apparel, una piccola azienda tessile californiana questo dilemma l'hanno risolto. Basta con i "sweatshop", quelle botteghe di miseria dove giovanissimi lavorano in regime di semi schiavitù. Con le sue t-shirt sexy e alla moda, l'azienda americana tenta di sedurre i più giovani, mantenendo un occhio all'etica e l'altro agli affari. E forse ci riesce.

Ma non è l'unica società a volersi togliere di dosso quest'odore di sudore. Ben Cohen, cofondatore della marca di gelati Ben & Jerry, ha dato vita ad un'altra impresa di t-shirt etiche, la SweatX, un'azienda la cui sede si trova anch'essa a Los Angeles. Se gli Stati Uniti sono i precursori di questa nuova tendenza a vendere "pulito", anche in Europa cresce la sensibilità dei consumatori che si riconoscono sempre più negli ideali della Clean Clothes Campaign, un'associazione che dà voce al movimento contro le swetshop.

Non contenta del suo successo l'American Apparel si fregia inoltre di essere la prima alternativa elegante e militante alle grandi marche internazionali, spesso accusate di approvvigionarsi con troppa disinvoltura nelle sweatshop di mezzo mondo, in particolare nel continente asiatico. Nonostante i ripetuti tentativi di migliorare le condizioni di lavoro in queste realtà da prima rivoluzione industriale, grandi marche come Levi's, Nike e Adidas sono stati al centro di scandali in Thailandia. Uno dei loro fornitori ha dovuto chiudere i battenti lasciando 400.000 dollari di salari arretrati. I lavoratori ridotti sul lastrico hanno denunciato le cattive condizioni in cui versavano: costretti ad orari di lavoro massacranti hanno ammesso di aver qualche volta assunto droghe per resistere alla stanchezza.

Con American Apparel, si cambia registro. Il concetto di un capitalismo attento al sociale, Dov Charney, cofondatore della società, l'ha capito benissimo. Oltre a essere diventata la più grande azienda di confezioni degli Stati Uniti, con 1.200 dipendenti, le mire di Charney puntano più in lato: diventare un punto di riferimento del settore. Per raggiungere l'obiettivo bisogna avere un personale soddisfatto e votato alla qualità del prodotto. Risultato: l'anno scorso le vendite sono raddoppiate, raggiungendo 78 milioni di dollari e si prevede l'apertura di una nuova fabbrica in Inghilterra.

Ma non è tutto oro quel che luccica. Chantal Finney, coordinatrice di "Labour behind the label", un'organizzazione in difesa degli operai del tessile è perplessa. Il personale di Charney non gode di ferie pagate, né di congedi per malattia e i 12 dollari orari citati con orgoglio da Charney non sono niente di straordinario. Giustissimo. Ma resta comunque il fatto che la t-shirt, da uniforme della gioventù ribelle è diventata la piattaforma di una nuova guerra che vorrebbe vedere etica e profitto andare a braccetto. Senza più sudore. Soprattutto non quello degli altri.

25  novembre  2003

  Michel Paganini
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La t-shirt politically correct 
Clean Clothes Campaign
Nel 1990 un gruppo olandese lancia una campagna, battezzata "Clean Clothes Campaign". Obiettivo: migliorare le condizioni di lavoro nel settore dell'abbigliamento e delle calzature sportive in tutto il mondo. Il successo dell'iniziativa trasforma la semplice campagna iniziale in una fitta rete internazionale composta da gruppi di solidarietà, sindacati, associazioni di consumatori, ricercatori e ong di molti paesi europei. I punti chiave della Clean Clothes Campaign riguardano l'informazione dell'opinione pubblica sulle condizioni di lavoro, le indagini sul campo nei paesi e nelle fabbriche che producono per le grandi imprese ed l'elaborazione di un nuovo codice di condotta che permetta la fabbricazione di beni senza il soffocamento dei diritti.
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