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Mamme in ritardo I tanti perché di una maternità rimandata
Non è una prerogativa squisitamente italiana: la maternità in età avanzata e con pochi figli è un fenomeno diffuso in tutta Europa, anche se da noi le statistiche toccano il picco. Le mamme più giovani, a 26 anni e mezzo, sono le austriache e le portoghesi seguite da tedesche, francesi, olandesi e svedesi (27 e 28 anni), inglesi e spagnole (29) mentre le italiane con i loro trent'anni chiudono la coda. Le cose non vanno meglio sul piano della fecondità: i dati Eurostat dello scorso anno fissano il tasso di nascite in Italia a 1,26 figli per donna contro una media europea di 1,47. Il trend nostrano è comunque in crescita - nel 1995 il tasso era di 1,18 - anche se limitato al Nord e al Centro e dovuto in parte alla presenza di immigrati.
Molte le ipotesi sulle gravidanze tardive con pochi figli ma nessuna risposta che valga per tutte. E non si tratta solo di problemi di sterilità, del fatto che i figli costano, che si rimane in famiglia a lungo, che ci si sposa tardi o che sono cambiati i valori, come ha dimostrato un convegno tenutosi a maggio all'Accademia nazionale dei Lincei dedicato proprio alla questione.
In alcuni casi il rinvio della gravidanza dipende semplicemente dalla scelta del momento giusto: la coppia desidera prima raggiungere la stabilità affettiva e una vita serena o risolvere alcune difficoltà pratiche o ancora è la donna a non sentirsi matura per diventare madre.
Talvolta invece gli anni passano senza che si decida di avere un figlio per non alterare un equilibrio fatto di non scelte, perché le aspettative legate alla realizzazione di alcuni desideri sono molto più importanti o perché magari una volta soddisfatti tutti gli obiettivi prefissati è ormai tardi e avere un figlio diventa molto più difficile. Per molti infatti l'infecondità è semplicemente il prodotto delle circostanze della vita mentre casi a parte sono quelli delle donne che decidono in tutta coscienza di non averne perché i benefici legati alla maternità sono insufficienti a compensare i sacrifici.
Rimane tra l'altro da chiarire se il lavoro sia un ostacolo o una condizione necessaria. Carriera e maternità sono in forte competizione: oggi le donne lavorano molto di più che in passato ma il coinvolgimento degli uomini nelle faccende domestiche non è aumentato in proporzione. I congedi parentali aiutano ma non risolvono: pochi uomini li prendono mentre molte donne hanno paura di giocarsi promozioni e carriera, se non addirittura di rientrare e vedersi affidare ad altre mansioni. Il lavoro part-time sembra essere il più indicato a conciliare le diverse esigenze ma non è detto che risolva i problemi economici poiché diventa una sorta di integrazione al bilancio e non un'entrata vera e propria.
L'Italia dedica alla politiche familiari appena lo 0,9% del Pil (dato Eurispes) meno di tutti gli altri Paesi dell'Unione Europea (la media è del 2,3%) ma non è solo il sostegno statale a essere poco incisivo perché scarseggia anche l'iniziativa privata. All'asilo nido mancano spesso i posti, in estate chiudono (magari proprio quando scade il congedo) e talvolta hanno orari poco flessibili. Nei ristoranti non si trovano menu ad hoc, solo pochi grandi magazzini hanno bagni con fasciatoi ed è difficile spostarsi con un passeggino usando i mezzi pubblici. Un'iniziativa finora unica nel suo genere è la rete di ospitalità "Bebè benvenuti", pensata dall'ospedale pediatrico Burlo Garofolo di Trieste con l'aiuto dei negozi triestini aderenti alla Confcommercio: tutti quelli che espongono il logo (una mamma con un bimbo in braccio) offrono uno spazio gratuito aperto alle mamme - clienti e non - che devono allattare il loro bambino.
14
ottobre
2003
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