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IL BUSINESS DELL'AIDS 
I risvolti economici dell'Aids

Le dimensioni della malattia sono note ma i suoi costi non sono altrettanto chiari

"Vivi e lascia vivere" è il messaggio scelto dall'Organizzazione mondiale della sanità per la giornata della lotta contro l'Aids il 1° dicembre. Le dimensioni del contagio sono note e costantemente aggiornate dall'Onu, dai suoi programmi e dalle molte associazioni internazionali. Non altrettanto chiari sono i risvolti economici legati all'Aids. Se ne intuisce l'imponenza se si considera che in gioco ci sono diversi fattori: i finanziamenti per la ricerca di vaccini e nuovi farmaci, la prevenzione, i costi delle terapie e quelli sociali: «L'Aids minaccia le risorse umane, la loro capacità produttiva, aggravando la povertà e rendendo più difficile la ripresa dello sviluppo e del progresso» così Peter Piot, direttore esecutivo dell’Unaids. Piot , in occasione della conferenza di Johannesburg nell'agosto scorso, ha chiesto che «L'Aids venga riconosciuto come la posta in gioco trasversale per lo sviluppo sostenibile, e non solo sotto la voce salute».

Al momento molti finanziamenti sono destinati alla ricerca di un vaccino: quelli in corso di sperimentazione sono 30. Più tempo ci vorrà per avere un vaccino, più alti saranno i costi legati alla ricerca. Senza contare che fino a quando non se ne otterrà uno l'unica arma per contrastare l'Hiv è la terapia anti-retrovirale che può prolungare la vita dei sieropositivi. Qui si aggiungono ulteriori costi: maggiore è il tempo di sopravvivenza, maggiori sono le spese che la comunità deve sostenere.

Per capire in che termini accada tutto ciò è necessario chiarire alcuni punti. Gli ultimi dati stimano che alla fine del 2002 adulti e bambini in tutto il mondo con Hiv/Aids siano 42 milioni, 5 milioni le nuove infezioni, 3,1 milioni i decessi avvenuti nell’anno. L'Aids è in aumento in Africa, Europa orientale, Cina, India e Indonesia. Nei Paesi industrializzati il numero delle infezioni contratte ogni anno è invece diminuito a partire dal 1995, così come i casi di Aids conclamato. Non così il numero dei sieropositivi, che sono invece in costante aumento, grazie all'introduzione a metà degli anni Novanta, delle terapie anti-retrovirali: prima chi contraeva il virus aveva una speranza di vita di 10-11 anni, oggi di 30 anni.

Giampiero Carosi, infettivologo dell'università di Brescia, alla conferenza di Barcellona, ha detto: «Teoricamente con i trattamenti oggi disponibili, la durata della vita media è uguale a quella di una persona sana. Ma a causa dei fallimenti terapeutici, dovuti soprattutto alla tossicità o alle resistenze ai farmaci questa aspettativa di vita è ridotta. Oggi abbiamo medicinali sempre più efficaci e tollerabili, e i pazienti sono passati dalle 18 pasticche, da prendere tre volte al giorno di alcuni anni fa, a due somministrazioni quotidiane che prevedono al massimo 9 compresse». Tuttavia, ha spiegato il prof. Mauro Moroni, direttore della clinica di malattie infettive dell'ospedale Luigi Sacco di Milano (alla IX Conferenza sui retrovirus), «molti pazienti nei Paesi occidentali, Italia compresa, hanno difficoltà ad assumere correttamente la terapia, resa spesso complessa da un elevato numero di compresse e da modalità di somministrazione spesso difficoltose».

Nei Paesi industrializzati l'aspetto più preoccupante è il calo di attenzione nei confronti della malattia: l'anno scorso oltre il 60% dei 3mila nuovi casi registrati in Italia dall'Iss è arrivato dai medici con Aids conclamata. «Un calo della guardia è pensabile perché l'Aids colpisce oggi in maggioranza persone che non hanno una buona percezione del rischio. Infatti diminuiscono i casi conclamati di Aids grazie alle terapie anti-retrovirali e questo dà l'impressione sbagliata che ci sia un diminuito impatto dell'epidemia» ha dichiarato a gennaio Giovanni Rezza, responsabile scientifico per il progetto nazionale di ricerca sull'Aids dell'Istituto Superiore di Sanità, sottolinenado così l'importanza della prevenzione.

Oggi le terapie riescono a controllare bene il virus dell'Aids, ma aumenta il numero dei sieropositivi con epatite C (le modalità di infezione sono molto simili): oggi il 60-70% va incontro alla co-infezione Hiv–Hcv. Giampiero Carosi al congresso "Ombre e luci" svoltosi a febbraio ha dichiarato: «L'epatite cronica che in condizioni normali impiega 20-30 anni per evolvere in cirrosi, nei soggetti che hanno l'Hiv può produrre cirrosi o tumore epatico anche in 10 anni. Fino a pochi anni fa le terapie dell'Aids non erano così valide da far vivere tanto coloro che avevano l'infezione. Ma oggi che i nuovi farmaci hanno permesso in molti casi di allungare la vita, l'epatite C ha il tempo di uscire allo scoperto. E il paradosso sta proprio nel fatto che se l'Hiv può essere considerato sotto controllo (una malattia cronica) non c'è ancora un vero farmaco antivirale per l'epatite C (mentre per il tipo B il vaccino esiste da tempo)».

29 novembre 2002

  Manuela Magistris  
  dalla rete
Aids in Italia I dati del Centro operativo Aids dell’Iss
Unaids Il programma dell'Onu per Hiv/Aids
Aids e Hiv Il virus e la Sindrome da Immuno-Deficienza Acquisita
 
  sommario
I risvolti economici dell'Aids
Il mistero delle cifre
Hanno dichiarato
Qualcosa è cambiato
Nei Paesi dell'Ue l'iniezione di droghe è un fenomeno in diminuzione anche se la siringa rimane il primo veicolo di trasmissione di malattia. In Italia, invece, la prima fonte di trasmissione è sessuale: il 34% dei contagi è dovuto a rapporti tra uomini e donne, il 32,5% a scambio di siringhe tra tossicodipendenti (nei primi anni Ottanta era il 93%), il 17,8% è dovuto a rapporti omosessuali (dati dello Studio Icona presentato il 2 luglio). È cambiato anche l'identikit dell'infetto: generalmente uomo, sposato, maturo, con possibilità economiche che gli consentono, per svago o per lavoro, di viaggiare e fare nuove conoscenze mentre l'età media è salita passando dai 29 per gli uomini e 24 per le donne nel 1985 a 40 anni per gli uomini e 36 anni per le donne.
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