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Fedele a Collodi, però...
Dall'incipit favolistico alla sorpresa finale: tutte le "licenze poetiche" di Benigni
Fedele, fedelissimo al testo di Carlo Lorenzini da Collodi. Il Pinocchio di Benigni ricalca "Le avventure di Pinocchio" in maniera quasi didascalica. Eppure dietro al film evento del 2002 c'è un lavoro di sceneggiatura sopraffino, curato come sempre a quattro mani dall'istrionico attore-regista e dall'inseparabile Vincenzo Cerami.
Non solo la sceneggiatura non si discosta dal testo, ma sembrano dipinte a mano dallo stesso Collodi anche le scenografie che sono invece frutto del genio del compianto Danilo Donati (cui il film è dedicato) e che, in occasione del meraviglioso Paese dei Balocchi, si è ispirato all'illustratore francese Honoré Daumier.
Eppure, in questo film, a sua volta burattino di celluloide che pare manovrato al tempo stesso dalle mani di Benigni così come da quelle di Collodi, non manca la personalissima vena poetica del Robertaccio toscano. Una vena che si traduce nelle licenze prese dal regista per discostarsi dal testo. Un lavoro che non è mai fine a se stesso.
Là dove Benigni decide di seguire un percorso più personale, lo fa per plasmare, attraverso la propria interpretazione, il suo Pinocchio. E così il burattino non è un legno, ma è l'attore in carne e ossa. E dunque neppure un bambino, ma un uomo di quasi 50 anni. Eppure è perfetto: perché il Pinocchio di Benigni è una maschera. Un archetipo fuori dal tempo.
Rispetto alla fiaba, poi, cambia l'inizio. Non la celebre frase "C'era una volta... un re! diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato: c'era una volta un pezzo di legno", ma un avvio incantato che ha per protagonista la Fata Turchina, il fedele Medoro e un carrozza trainata da topini. E che dire di quel pezzo di legno che nella seconda scena ruota animato e dispettoso fino alla porta di Geppetto, saltando il passaggio di Mastro Ciliegia, e rivelando già in sé tutta la vitalità del Pinocchio-Benigni?
È una bella sorpresa vedere invece che, in onore al testo originale, Geppetto si ritrova con la sua parrucca che sembra una polenta e che il "pesce-mostro" che ingoia Pinocchio, non è più la balena disneyana, ma il pescecane di Collodi.
E poi c'è il discusso finale: Pinocchio ormai bimbo in carne e ossa entra a scuola ma sul muro proietta ancora l'ombra del burattino che fu. Una conclusione inquietante che si riallaccia all'ultima riga della fiaba di Lorenzini: "Com'ero buffo, quand'ero un burattino!... e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!..." Secondo alcuni questa sarebbe la vera bugia di Pinocchio. O peggio, persa l'innocenza del burattino, non più semplice bugia, ma fredda menzogna. Con l'ombra del burattino che resta fuori dalla scuola, il senso di funesto compimento dell'opera è annullato ed emerge invece la vera anima di Benigni. Ma fors'anche, il vero, salace messaggio di Collodi.
9 ottobre 2002
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