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La Cina che cambia
Il consumismo dal colore rosso
L'era Jiang Zemin è finita: con la chiusura del XVI Congresso della Partito comunista cinese il testimone di segretario del partito è passato Hu Jintao, che assumerà la sua carica a marzo. Appena eletto al vertice del Hu Jintao annuncia un’ondata di riforme. Inizia così la quarta generazione di politici dall'era di Mao: quella dei capitalisti rossi. Il quadro generale è quello di una Cina in fermento. Gli economisti sostengono che sia il mercato del futuro, la piazza sulla quale puntare per esportazioni e investimenti. Tra comunismo e consumismo, i segnali che arrivano da sotto la muraglia sono, agli occhi degli occidentali, contraddittori.
Nel mese di agosto piazza Tienanmen, simbolo della repressione dal giugno 1989, si è concessa alla mondanità. L'occasione è stato il lancio della Settimana internazionale della moda della città di Beijing. Stilisti occidentali, italiani in prima fila, si sono uniti ai colleghi locali per presentare le loro collezioni. Beijing polo della moda come Parigi, Milano e New York? Troppo presto per dirlo, ma i segnali arrivano già e proprio dall'Italia.
Il 31 ottobre Armani ha aperto un megastore di ben 2mila metri quadrati a Hong Kong. Si tratta solo di un punto di partenza, un fortino dal quale partirà per "colonizzare" il Paese. Sono previste aperture a Beijing, Shangai, Pechino, Shenzen. Cina nuovo mercato non solo per il desing made in Italy, ma anche per il cibo: olio d'oliva Doc soprattutto, ma anche pasta, vini e formaggi. I cinesi amano i prodotti tricolore, lo dicono i numeri: un incremento generale delle importazioni del 15% e la diffusione dei ristoranti italiani.
Nel giro di dodici mesi l'economia ha registrato un +8%. I nuovi ricchi avanzano: 50 milioni di paperoni con gli occhi a mandorla, secondo le più recenti stime. Gli stipendi medi sono tutt'altro che da capogiro, c'è da dire: 79 euro al mese, ma segnano il +17% dallo scorso anno. Telefoni, automobili, cellulari. La parola d'ordine è comprare. Il risultato? Dall'agosto 2001 all'agosto 2002 le vendite sono aumentate del 55%. Questo nelle città. Nelle campagne, dove risiedono i due terzi della popolazione, il discorso è inverso: tifoni, inondazioni, licenziamenti delle aziende statali, tagli alla sanità e alle pensioni riducono i consumi, e la regola d'oro diventa tirare la cinghia.
Un vortice di avvenimenti talvolta in contrasto tra di loro, investono la capitale: giovani impiegate e segretarie si prostituiscono per comprare borsette griffate Prada. Le condanne a morte e la chiusura dei cyber café nel frattempo continuano a essere una consuetudine. Gli iscritti al partito comunista aumentano. Pechino si mette a nuovo in vista delle Olimpiadi, distruggendo i tipici cortili della città vecchia, gli hutong, per far posto a nuove strutture.
Cina fonte d'ispirazione: Quentin Tarantino col suo nuovo lavoro: "Kill Bill". Il regista ha girato per tre mesi negli studi di Pechino e un mese tra Giappone, Messico e Usa. Una pellicola come solo lui sa fare, in bilico tra noir, splatter e ironia sul filone di Pulp Fiction, con una Uma Turman in formissima che combatte a colpi di spade da samurai tra mafia, kung fu e teste mozzate.
Cina che ispira il cinema straniero e produce talenti. È da poco uscito in Italia "La locanda della felicità", favola metropolitana firmata da Zhang Yimou, regista di "Lanterne rosse" ed ex marito della bella Gong Li, presidentessa dell'ultimo festival di Venezia. E già che siamo in laguna, come non citare Fruit Chan? Con il suo "Public Toilet", presentato nella sezione "Controcorrente" della kermesse veneziana, racconta l'amore e la morte partendo dai bagni. «La nostra vita quotidiana consiste nello svegliarsi, vestirsi, mangiare, muoversi e dormire. Ma consiste anche nel defecare. Dormiamo per il 25% del nostro tempo, mangiamo per il 2,5%. Defecare prende tanto tempo quanto mangiare? Dice un adagio cinese: espelliamo quanto ingeriamo». Se non è saggezza orientale questa.
5 novembre 2002
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