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scienza & web 
Carnivore va in pensione

L'Fbi spedisce in soffitta il suo sistema per intercettare i dati sensibili

Fra i numerosi provvedimenti messi in atto dagli Usa nel periodo immediatamente successivo all'11 settembre, quelli relativi al controllo del traffico in rete hanno creato un acceso dibattito. Del resto la posta in ballo non è certo fra le più trascurabili: sul piatto della bilancia c'è la tutela della privacy di tutti gli utilizzatori di internet.

Fra i sistemi utilizzati dall'Fbi per monitorare le informazioni sensibili in rete il DCS 1000, meglio conosciuto come Carnivore, ha fatto parlare a lungo di sé. Si tratta di un software, sviluppato in verità prima dei sanguinosi attacchi terroristici alle Twin Towers, che, installato presso gli internet provider medio piccoli - quelli di grandi dimensioni avevano già sistemi per fornire eventuali informazioni al Federal Bureau - consentiva di segnalare ai cybercop americani i dati che speciali filtri marcavano come rilevanti per eventuali indagini.

L'Fbi ha sempre assicurato che questo non pregiudicava la privacy dei navigatori poiché l'efficienza dei filtri consentiva un elevato grado di precisione e Carnivore intercettava solo le informazioni sensibili. Rassicurazioni che però non hanno smorzato le polemiche e ancora oggi sono in molti a considerare strumenti di questo tipo come una deliberata violazione della privacy.

Pare, tra l'altro, che fra il 2002 e in 2003 il sistema non sia mai stato utilizzato e che a esso siano stati preferiti sistemi di intercettazione alternativi. Forse anche per questo l'Fbi ha deciso di mettere in soffitta il DCS 1000. Il problema della privacy rimane comunque invariato, visto che per le indagini saranno semplicemente usati altri sistemi commerciali.

Desta ancora più scalpore un'altra rinuncia: anche la nuova piattaforma, Virtual Case File sviluppata da Science Applications International e costata qualcosa come 170 milioni di dollari, è stata bollata come già obsoleta, prima ancora che il suo grado di sviluppo consentisse di poterla utilizzare. Uno spreco che sicuramente i contribuenti americani non gradiranno.

Se sul versante della privacy quindi poco cambia e, allo stato attuale, pensare che la propria riservatezza su internet sia garantita equivale solo a una chimera, quello che in realtà fa riflettere è come queste due rinunce costringano il Federal Bureau a ripartire da zero, rendendo vani anni di ricerche, sforzi e investimenti in questo campo.

Non solo una brutta figura per i poliziotti della rete, ma anche un'ombra sinistra e poco rassicurante nell'ambito della sicurezza. Se da un lato c'è il problema spinoso della privacy, dall'altro c'è quello del terrorismo o anche solo dell'ordine pubblico più in generale: il sospetto, con notizie di questo genere, è che la propria riservatezza sia compromessa e che, allo stesso tempo, gli investigatori non abbiano nemmeno gli strumenti per un'adeguata tutela della sicurezza nazionale.

18  gennaio  2005

  Ivan Marchesini
  dalla rete
Fbi Federal Bureau of Investigation
Garanteprivacy.it Garante per la protezione della privacy
L'Fbi ci spia Dopo l'11 settembre ridotta la privacy sul web

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Privacy: premiato Rodotà
Lo scorso dicembre la Free Software Foundation Europe (FSFE) ha premiato Stefano Rodotà, presidente dell'autorità Garante per la privacy, per il contributo fornito alla difesa della libertà nella società digitale. Il premio "Free Software Free Society" gli è stato conferito per il "lavoro svolto in prima linea per la salvaguardia della privacy e dei cittadini in un momento in cui questo concetto andava inventato, costruito e salvaguardato; per la grande attenzione alle tematiche della libertà della conoscenza e per la capacità di interpretare la materia con prospettive di lungo periodo. Il suo lavoro - continua la motivazione - è un imprescindibile contributo per lo sviluppo della società digitale".
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