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Verso il trapianto del viso

Il traguardo è vicino, ma i bioetici francesi hanno detto no. Ce ne parla il presidente dell'omonimo comitato italiano

Scene fantascientifiche alla "Face off", film in cui i protagonisti si scambiano i connotati con un intervento chirurgico, sono destinate a restare nel mondo del cinema e della fiction. Avvincenti, ma pur sempre confinate lontane dalla realtà. Almeno per ora, dopo la recente decisione del Comitato consultivo francese di etica (Ccne) che ha detto un secco no al trapianto del viso, chiudendo così una spinosa vicenda aperta dal 19 febbraio 2002, quando il professor Laurent Lantieri, chirurgo plastico dell'ospedale Henry-Mondor di Creteil (Parigi) interpellò il Ccne dichiarandosi pronto a effettuare ricostruzioni facciali con espianti da donatori defunti verso pazienti sfigurati in seguito a gravi incidenti, ustioni o esplosioni, gravi malattie. Così facendo innescò accese polemiche nell'opinione pubblica mondiale. Qualche giorno fa l'attesa "sentenza" del consiglio dei saggi d'Oltralpe, che ha stroncato l'operazione. «Il trapianto di faccia non dovrà essere eseguito, finché non saranno realizzate ricerche più complete, sia sulle tecniche da impiegare, che sui rischi per i pazienti» hanno dichiarato gli esperti del Ccne. «Al momento, trapiantare un intero volto come fosse una maschera non ha senso. E anche un impianto parziale, che ricostruisca ad esempio il "triangolo" naso-bocca, è da considerare ad alto rischio e al massimo se ne potrà riparlare fra qualche anno». «Non è come nel film "Face off", di John Woo. Il ricevente - si è affrettato a spiegare Lantieri - non si ritrova con il volto del donatore; si tratta di una ricostruzione facciale».

Il Comitato etico francese ha posto il veto, facendo presente che il rischio di rigetto (10% il primo anno e dal 30 al 50% tra i due e i cinque anni) è ancora troppo alto. Tra l'altro ciò comporterebbe la necessità di somministrare immunodepressori che possono favorire l'insorgere di altre malattie, fra le quali il cancro. Oltre all'aspetto immunologico, l'aspetto psicologico è stato preso in considerazione, ma non sembra essere l'argomento principale contro il trapianto di viso. «I pazienti vivono a ogni modo un calvario - ha continuato Lantieri - dopo decine di autotrapianti alcuni sono ancora obbligati a portare una maschera per uscire». È questa la considerazione drammatica da non perdere mai di vista, perché molti di questi pazienti non hanno alcuna alternativa per una vita dignitosa. In Italia il dibattito non si è ancora aperto. Abbiamo iniziato a parlarne con il presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, il professor Francesco D'Agostino, Ordinario di Filosofia del Diritto alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università "Tor Vergata" di Roma.

Cosa ne pensa della decisione del Comitato bioetico francese (CCNE) che ha "bocciato" il trapianto del viso?
Mi sembra che il Comitato bioetica francese abbia evidenziato soprattutto la rischiosità dell'intervento per il paziente, dando un giudizio più tecnico che etico. Il tutto va valutato in un calcolo del rapporto costi/benefici. Il trapianto di faccia implica un'alterazione troppo grande dei connotati e dell'identità di una persona. È anche vero che si parla di situazioni estreme, ma bisogna domandarsi se un'alterazione così radicale che incide così pesantemente sull'identità di una persona sia accettabile. Secondo la mia personalissima opinione, no: sono assolutamente contrario.

Lei si riferisce ai rischi psicologici dell'operazione?
Non siamo in grado di accertare come il soggetto beneficiario del trapianto potrebbe gestire la sua immagine nuova, che è quella del defunto. Chi può sapere a priori le reazioni dell'individuo che ha subito il trapianto? Non dimentichiamoci il caso del paziente a cui era stata trapiantata una mano e che in seguito ne chiese l'amputazione perché non riusciva a riconoscerla come propria. Bisogna anche considerare l'altissima rischiosità psicologica e sociale per i devastanti effetti su parenti e amici del defunto espiantato.

Cosa pensa che deciderebbe in Italia il Comitato nazionale per la bioetica su un tema simile?
Non riesco a immaginarlo. Posso solo ribadire la mia contrarietà. Ma mi aspetto che sarebbe prematuro un giudizio diverso anche da parte dell'intero comitato. Con tutte le vistose cautele che governano il trapianto degli organi, mi sembrerebbe quantomeno incoerente una posizione così "aperturista" verso un intervento così radicale.

15  marzo  2004

  Antonella Laudonia
  dalla rete
Ccne Comitato bioetico francese
Comitato nazionale di Bioetica Quello italiano
Let's Face Associazione britannica di solidarietà

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Trapianto
della mano
Lantieri aveva cominciato a studiare l'ipotesi del trapianto del viso dopo il successo del primo trapianto della mano, (Lione, 1998). «Fino ad allora si pensava che la pelle fosse una barriera immunologica impossibile da superare, ma poi sono stati praticati una quarantina di trapianti della mano senza che si registrassero rigetti». Uno di questi casi è però difficile da dimenticare. È quello di Clint Hallam, neozelandese 50enne, che 2 anni e 4 mesi dopo il trapianto della mano (era il primo di questo genere a livello mondiale) chiese che l'arto gli fosse amputato, in quanto lo considerava un "corpo estraneo".
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