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«Gli hacker non sono pirati informatici»Per la gente, i media e perfino i dizionari loro sono i "cattivi". Un movimento cerca di spiegare che non è così
Cosa vi viene in mente quando leggete o sentite pronunciare il termine hacker? Per la maggioranza delle persone la risposta è immediata: è quello che ti entra nel pc, che si intrufola nel sito web, che inzeppa di virus il nostro disco fisso. Lo crede la gente, lo scrivono i giornali, i libri (anche specializzati), nei verbali giudiziari e perfino i dizionari (De Mauro: "s.m.inv. ES ingl. TS inform - chi si inserisce in un sistema di elaborazione disturbandolo o sabotandolo").
Eppure il popolo dell'informatica e di internet è sufficientemente maturo per affrontare una sostanziale distinzione. Lo crede prima di tutto la maggior parte della comunità hacker in Italia e lo crede ancora di più l'Hanc. Un movimento nato alla fine del 2003 che ha nel nome il fine ultimo della propria missione: "Hackers are not crackers". Cioè, gli hacker non sarebbero quelli cattivi, quelli che fanno danni e commettono reati di pirateria informatica. Ne è convinto il ventiduenne coordinatore Pierpaolo Sicilia (il suo nick è Brc) che ha spiegato così lo scopo di questa iniziativa: «Siamo consapevoli dell'uso comune che oggi viene fatto del termine "hacker", che da tempo ha assunto significati negativi, ma che di fatto non gli appartengono: non siamo pirati informatici. Il termine in origine fu coniato per identificare gli individui che esplorano e studiano i sistemi informatici allo scopo di espanderne le capacità. Questo è il vero significato di "hacker" e il nostro scopo è divulgarlo e portarlo alla conoscenza di tutti».
Da qui la strategia dell'Hanc attraverso i propri iscritti che sono circa 300. Quando viene scovato un articolo in rete che definisce in maniera non corretta il termine "hacker", l'Hanc interviene mandando una segnalazione per evitare che l'episodio si possa ripetere o addirittura affinché la parola venga sostituita con un'altra più appropriata.
Ma non sempre i risultati sono quelli sperati: «Sappiamo che non è facile, molti ignorano le nostre segnalazioni - ha spiegato Pierpaolo Sicilia - ma noi non intendiamo mollare. Inoltre tutti gli sforzi sono ripagati dalle piccole vittorie che abbiamo conseguito ogni volta che una redazione o un webmaster capiva il nostro messaggio e rettificava i contenuti da noi contestati».
La battaglia si complica ancora di più tenuto conto che anche la comunità informatica ha diverse correnti e diverse linee di pensiero su quale sia l'esatto ruolo, l'esatta identità di un hacker. «Cosa sia un hacker - ha precisato il coordinatore dell'Hanc - è tuttora un elemento di discussione che attiene anche questioni di carattere etico. Personalmente ritengo che possa essere definito uno studioso, un appassionato di computer, una persona che vuole conoscere e non si dà un limite nello scoprire e nello sviluppare nuove soluzioni: non solo nel creare cose nuove da zero, ma anche migliorare cose esistenti».
Il movimento è anche consapevole che, a volte, il malinteso si crea a priori, per mezzo di molti che si avvicinano all'hacking con uno scopo non del tutto lecito: «Mi meraviglio - ha sottolineato Pierpaolo Sicilia - quando leggo nei fuorm di ragazzi che si vantano di aver invaso la posta elettronica di altri e poi magari si autoproclamano hacker».
Insomma, la battaglia è ancora più complessa di quello che sembra.
13
febbraio
2004
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