Da New York - Storie raccolte da Silvia Zerilli, italiana che vive in diretta le ore del terrore.
La paura persiste a New York. Gli allarmi su probabili nuovi attentati aggiungono panico al panico. Qui si vive con il timore che ogni ora possa succedere qualcosa. In una sequenza concitata, si sono susseguiti vari allarmi bomba che hanno fatto evacuare a New York l'areoporto di La Guardia, la zona di Times Square, quella della Grand Central Station. I cani martedì notte hanno fiutato esplosivo all'Empire e alla Penn Station, sulla 34esima, e le zone sono state temporaneamente isolate. Si vive così, sotto pressione costante.
Nella zona delle Torri Gemelle la situazione continua a essere terribile: i soccorritori rovistano tra le macerie, cercano i morti. Per sapere che clima si vive qui, basti pensare che la probabile cifra delle vittime si ottiene da un'informazione trapelata, sul numero dei contenitori per cadaveri che sarebbero stati ordinati dalla città di New York. Il New York Post ha parlato di 6mila, Cnn di 10mila, Cnbc addirittura di 30mila. Più certezze sui dispersi, che sarebbero oltre 4.763 come ha dichiarato il sindaco Giuliani. Viviamo bombardati da questo tipo di notizie. Gli amici non hanno finito di ricercare altri amici che ancora non rispondono all'appello. E ci sono altre storie da raccontare. Quella di Silvia che al nono mese di gravidanza si è ritrovata a correre fuori dalla sua casa, in Chambers Street, vicinissima alla zona delle Due Torri. È scappata per strada, correva a perdifiato, spaventata da quanto aveva visto. Suo marito lavora a Wall Street, in pieno distretto finanziario. Si sono incontrati a metà strada e a Silvia sono prese le contrazioni. Hanno chiesto aiuto ad un poliziotto che però ha detto di non poterli aiutare: «Devo pensare alle persone che stanno morendo» ha risposto.
O quella di Angelo Dainese, titolare di una ditta a New York che ha sede in Lafayette street, non lontano dalla zona del crollo. Martedì, appena ha sentito degli aerei che si abbattevano, è corso a vedere. Ha fatto in tempo a osservare i due buchi con la sagoma dei velivoli sulle torri. «Ma non sembrava una tragedia - racconta -. Era grave, sì, ovviamente. Ma si pensava a un incendio che presto sarebbe stato spento». Poi la situazione è precipitata. «Ho iniziato a vedere le persone che correvano via, ferite. La scena peggiore che ho di fronte agli occhi è quella della gente che, urlando, si gettava dai grattacieli. Si tuffavano così, letteralmente nel vuoto. Ho visto crollare le due torri, due colpi secchi, forti. E poi la pioggia di calcinacci, che sono arrivati fino a Tribeca».
L'aria a downtown è impregnata di fumo, un odore acre che penetra nelle narici: un grattacielo accanto al World Trade Center è andato a fuoco per tutta la giornata di mercoledì e i pompieri non riuscivano ad avvicinarsi, per il timore che crollasse. Gli edifici continuano a venir giù con un effetto domino partito dalle Torri Gemelle. L'ultimo, pericolante, il Millennium Hotel.
Gli americani covano una rabbia sorda. Ho parlato con un ragazzo della Virginia, ieri. Gli ho chiesto cosa pensasse di quanto era accaduto. Mi ha detto: «Vogliono giocare? Benissimo, inizieremo a giocare allora». Ho visto un uomo in metropolitana, seduto al mio fianco leggeva il New York Post. Era riportata la foto di uno dei due fratelli sauditi, presunti dirottatori e attentatori. Ha fatto con la mano il gesto della pistola e l'ha appoggiata al volto riportato sulla foto. Gli americani hanno questa capacità: reagiscono, immediatamente, e sanno essere solidali tra loro per la nazione. Ci sono file interminabili per donare il sangue. E molti ristoranti, chiusi al pubblico normale, tengono affissi dei cartelli: «Serviamo da mangiare solo alle persone che stanno aiutando nei lavori al World Trade Center». Ho visto centinaia di ragazzi, mercoledì, the day after, camminare verso Downtown con candele tra le mani. Erano gli studenti della New York University che hanno organizzato una veglia per le vittime del World Trade Center.
13 settembre 2001
La città ferita
«La città che "non dorme mai", è ripiegata su se stessa. New York è triste, vuota e deserta. La zona downtown, quella in cui avevano sede le Twin Towers è in assetto da guerra: macerie sparse ovunque, detriti, polvere. Sbarrata ogni via d’accesso. Lungo Houston Street, ultimo baluardo della zona percorribile, decine e decine di camionette della polizia hanno formato un cordone di sbarramento. Da lì in poi, la città è come morta. Entrano solo giornalisti, fotografi ed operatori televisivi. Ieri sera, sulla strada, solo una camionetta con un altoparlante che chiedeva: "Donate il sangue, andate negli ospedali". Da quella zona alzi gli occhi e non le vedi più: al posto delle Torri Gemelle c’è ancora un’immensa nube bianca. Che ricorda quanto accaduto. L’America, New York per prima conta i suoi morti. Le metropolitane hanno ripreso a funzionare, ma a rilento. I negozi sono chiusi, le attività interrotte. Gli occhi sono rossi. Le persone sono stanche, tutta la notte incollate alla televisione per seguire e riseguire ancora le scene della giornata. I locali pubblici tengono la tv sintonizzata su Cnn, che inonda le persone di immagini, ferme agli angoli della strada».
Twin Tower, Piano 102
«Judith Dawn Fancis era al piano numero 102 del World Trade Center. Erano le 8.40 del mattino e stava per iniziare la normale routine al lavoro. Quando improvvisamente ha visto l’aereo entrare nel grattacielo. Un boato, tutto che scoppiava intorno, fuoco. Ha sentito un suo amico che le diceva : "Let’s go". E si è messa a correre come una folle, giù, giù, per i piani, che non finivano mai. Si è fatta tutte le scale a piedi, con la struttura completamente danneggiata che iniziava a cadere, rischiando di crollare con il palazzo, come accaduto ai suoi colleghi. Era al buio completo, sentiva le urla, ma continuava a scendere. Ci ha messo 40, interminabili, minuti. Arrivata in strada è crollata, ma ha avuto un unico pensiero: "Sono viva"».
I racconti nei bar
«Ieri sera tutti avevano bisogno di parlare: riuniti nei pub, nei locali, potevi ascoltare le storie di questo immenso disastro. Sono in pieno Village, a West Third, in un bar in compagnia di alcuni miei amici italiani. Hanno passato l’intera giornata a spedire e-mail in Italia, a tranquillizzare i parenti. Federcia Boido, di Asti, a New York, nel campo delle pubbliche relazioni. È corsa a Soho in bici, appena saputo. 'Sono stata investita – racconta - dalla fiumana di persone che correvano via dalla zona colpita, persone in lacrime con negli occhi la tragedia'. Barbara Nardi, di Napoli, ha negli occhi il crollo visto da lontano. 'Ero lì sulla sesta, appena uscita di casa – dice – e con le altre persone vedevamo solo il fumo uscire. Il terrore era non capire bene cosa stesse accadendo… non si capiva nulla. Si vedevano solo le Torri che piano piano scomparivano'. Nel bar, infine, entra una ragazza. Si siede al bancone, ha l’aria affranta. E piano piano le lacrime iniziano a scorrere. Ha bisogno di parlare, di raccontare quello che ha visto. Si chiama Linda Chin, è coreana. Ora lavora da Cipriani al Rockefeller Center. Da lì ha osservato la scena. 'Ho lavorato al World Trade Center lo scorso anno – le parole le escono tra i singhiozzi – e dal mio ufficio l’ho visto crollare giù, di fronte ai miei occhi. Pensavo ai miei amici lì dentro, a ciò che stavano vivendo. Dalle finestre le persone si buttavano giù, è stato orribile'».
Nel "The day after", per le strade desolate, le persone camminano smarrite con negli occhi i segni della tragedia.
12 settembre 2001