La cannabis è caduta nella rete. Allora perché non parlarne? In Italia addirittura c'è chi la coltiva, e non ha niente a che vedere con droghe e sostanze allucinogene. Anzi, si tratta di una possibile risorsa industriale amica della natura. Quindi iniziamo fare chiarezza sugli usi di questa piantina.
Italia, primi del Novecento, 79mila ettari di terreno. Una resa di circa 800mila quintali. Di canapa. La pianta con le foglioline palmate dai contorni seghettati che comunemente si associa alla marijuana, alla "ganja" e quindi alla droga.
Ma la cannabis si divide in due tipi. Quella indica, che contiene (per il 5% del suo peso) tetraidrocannabinolo (THC), una sostanza con effetti psicoattivi; da foglie e infiorescenze delle piante femminili di questa specie si ricavano droghe come l’hashish. L’altra qualità si chiama cannabis sativa, con un contenuto bassissimo di THC.
Il nostro Paese ha coltivato per secoli cannabis che lavorava ed esportava anche all’estero. Ma nel corso del tempo questa coltura è praticamente morta. Complice una legge americana risalente al ’37 che proibiva la coltivazione di ogni tipo di canapa, senza fare distinzione tra la pianta dalla quale si può ricavare droga, l'indica, e quella usata per tessuti, carta e altro ancora, la sativa.
La legge italiana è contro il consumo di stupefacenti. Il D.P.R. n. 30 del 1990, attuato per prevenire la diffusione e il consumo delle droghe, condanna ogni tipo di cannabis. Ma ci sono delle eccezioni. Il signor Felice Giraudo, dell’Assocanapa Piemonte, ci ha spiegato che attualmente «La canapa sativa è coltivabile in Italia. L’Unione Europea ha selezionato una serie di semi appartenenti a questa qualità, che hanno un tasso di THC bassissimo consentito dalla legge… Le sovvenzioni dell’UE erano di 1milione 300mila lire all’ettaro, ma quest’anno sono diminuite…». Dove finisce la cannabis prodotta? In materassini isolanti per le auto. Di certo non è possibile fumarseli! Quindi sì alla coltivazione, se il “frutto” di essa viene destinato a usi legali, previa autorizzazione del ministero della Sanità.
Legge 22 dicembre 1975, n. 685
Art. 15. Obbligo di autorizzazione
Chiunque intenda coltivare, produrre, fabbricare, impiegare, importare, esportare, ricevere per transito, commerciare a qualsiasi titolo o comunque detenere per il commercio sostanze stupefacenti o psicotrope (…) deve munirsi dell’autorizzazione del ministero della Sanità.
Art. 28. Sanzioni
Chiunque, senza essere autorizzato, coltiva le piante (di coca di qualsiasi specie, di canapa indiana, di funghi allucinogeni e della specie di papavero da cui si ricava oppio grezzo, come dice l'Art. 26) è assoggettato a sanzioni penali ed amministrative stabilite per la fabbricazione illecita delle sostanze stesse.
Agli articoli sono stati integrati con la legge 26 giugno 1990, n. 162
I problemi ambientali e la ricerca di soluzioni ecologiche non penalizzanti per l’ambiente, potrebbero favorire un rilancio della canapicoltura e della canapa sativa (criminalizzata indistintamente insieme alla sua "gemella cattiva") in qualità di risorsa pulita. Impiegata nell'agricoltura e nell'industria, con la canapa sativa si possono fare anche oli vegetali, farine e mangimi. Allora perché non mangiare "la ganja"?