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I love you America

Tra le tante voci contro, qualcuno sostiene il modello Usa

Da una parte Michael Moore, dall'altra tutti gli altri. Il regista americano, autore del best seller "Stupid white men" (Mondadori), con le sue critiche a Bush e agli Stati Uniti è riuscito a far discutere a destra e a sinistra. A destra lo hanno etichettato come il solito fanatico idealista pseudo comunista che in nome della pace è disposto a tutto. A sinistra lo hanno accusato di essere un pagliaccio, un fomentatore, un comico che dovrebbe lasciare fare il lavoro dell'opposizione ai politici veri. In mezzo alla bagarre, in mezzo alla solita sinistra che anche oltreoceano è lacerata da rivalità e rincorse per la visibilità, in mezzo alle montagne di libri che parlano male dell'America, che analizzano l'odio dell'Europa e del resto del mondo per gli Stati Uniti, spunta un libro a favore del sistema a stelle e strisce: "Benedetti americani" (sempre Mondadori). L'autore, Massimo Teodori, è professore ordinario di Storia dell'America all'Università di Perugia, ex deputato radicale, commentatore del Giornale, già autore del libro "Maledetti americani".

Lei pensa davvero che il modello americano sia qualcosa a cui dobbiamo aspirare, sia applicabile all'Europa federale? Le differenze culturali non sono troppe tra noi e loro, a partire dal modo in cui si vive la religione ("In god we trust" stampato sulle banconote)?
Indubbiamente il modello americano è il più grande, il più giusto. Per uno stato federale moderno però. Nulla che si possa trasporre in Europa, per una semplice ragione, culturale: gli Stati Uniti sono nati come federali, prima non esistevano. L'Europa, invece, deve partire dalla pesantezza della sua storia, dalle tradizioni.

Moore, i movimenti di protesta interni... Negli Usa sembra essersi risvegliata la voglia di partecipare, la coscienza civile
I movimenti americani di oggi hanno un'importanza marginale, per la loro diffusione e per gli argomenti che affrontano. Quelli di una volta sì che erano grandi

Lei nel libro parla di "Campagna d'Iraq": non è un eufemismo?
No, non lo è. Quella non si può chiamare guerra. È stata una campagna breve, condotta soprattutto dall'intelligence americana. Le vittime civili sono state tutto sommato poche, lo spargimento di sangue ridotto e i risultati importanti. A chi temeva che si sarebbe sollevato un polverone con questa guerra, rispondo con i fatti: mi sembra che sia tutto sotto controllo no?

Gli Stati Uniti hanno sempre bisogno di un nemico per mantenere la loro leadership? Prima il comunismo, ora l'Islam...
Non è colpa degli Stati Uniti se nella seconda guerra mondiale c'erano i nazisti e se dopo sono spuntati i comunisti. È solo che loro si oppongono a ogni tipo di totalitarismo, sempre. Dunque oggi al fondamentalismo islamico.

L'ultimo capitolo del suo libro è intitolato "L'interesse nazionale". Schierarci con gli Stati Uniti è nel nostro interesse perché abbiamo qualcosa da imparare o perché sono i più forti e basta?
Perché facciamo parte del sistema economico internazionale che è collegato con l'America. Il nostro interesse è non isolarci, per ragioni di sicurezza, ragioni politiche e ragioni economiche. D'altra parte in molti oggi rimpiangono l'andreottismo in politica estera, persino D'Alema, l'andreottismo che per tanti anni ci ha permesso di vivere tranquilli, senza temere attentati.

Certo in questo momento i sostenitori dell'american way of life sono molto pochi
Eh beh, beate minoranze

Mi pare di capire, tra le righe, che lei non è un estimatore di Gino Strada
Gino Strada è un mistificatore, sfrutta la sua alta moralità di chirurgo di guerra per fare il leader politico.

Per quale partito, nello specifico?
Nessuno in particolare, ma fa una cosa molto scorretta: trasferisce il suo prestigio non partisan in una demagogica operazione partisan, molto antiamericana.

3  giugno  2003

  Giorgia Camandona
  dalla rete
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Benedetti americani
Dopo "Maledetti americani", saggio sul pregiudizio antiamericano in Italia, nel suo ultimo libro Massimo Teodori ricostruisce la storia dei rapporti tra Italia e Stati Uniti dal dopoguerra a oggi. Analizza il legame politico, economico e culturale con gli Usa, le sue influenze sulla vita degli italiani delle ultime generazioni, gli effetti sulla vita sociale e politica del Belpaese. E se oggi in molti accusano gli americani di avere abbandonato i caratteri originari della loro nazione, Teodori sostiene che non è vero: l'America - dice - è stata e rimane la terra dei diritti e della libertà, un Paese solidamente democratico e aperto, capace di trasformare in cittadini grandi masse di immigrati. La visione che si propone nel libro è quella di un'America che, pur tra mille contraddizioni, può ancora vantare l'economia più dinamica, la cultura più brillante e creativa del pianeta e una politica che si è mantenuta per oltre due secoli nel quadro della stessa costituzione liberaldemocratica senza mai conoscere dittature, colpi di Stato e degenerazioni autoritarie di destra e di sinistra.
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