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Quei soviet dei padri costituenti

Berlusconi attacca la Carta fondamentale: «ricalca quella sovietica». Ma non era lui il presidente operaio?

C'è qualcosa di "sovietico" nella nostra Costituzione: parola di presidente del Consiglio. Nello specifico, sarebbe la parte che riguarda le imprese a risentire «della cultura sovietica dei padri costituenti». Così Silvio Berlusconi al recente convegno della Confindustria a Torino, generando non poche reazioni da parte dell'opposizione e del mondo della cultura: «Mi sono più volte lamentato del fatto - ha detto il premier - che la nostra stessa carta fondamentale, dia all'impresa pochissimospazio, circondandola di vincoli. Basti guardare la formulazione dell'articolo 41, che vi invito a rileggere, che risente delle implicazioni sovietiche che fanno riferimento proprio alla cultura e alla Costituzione sovietica da parte dei padri che hanno scritto la Costituzione». Immediata la replica di tutto il centrosinistra. «I padri della Costituzione si chiamano Alcide De Gasperi, Umberto Terracini, Pietro Nenni, Giuseppe Di Vittorio, Amintore Fanfani e Giulio Andreotti. Davanti a loro un mercante di tappeti come Berlusconi deve solo tacere e levarsi il cappello», ha commentato Armando Cossutta (Comunisti italiani).

Ma più che ricordare la levatura intellettuale e morale dei padri costituenti, vale forse la pena di seguire il consiglio del Cavaliere e rileggere l'articolo incriminato (vedi box a lato), esaminando però anche il clima in cui maturò durante i lavori della Costituente. Un'analisi approfondita la fornisce il sito storico Cronologia.it, che ripercorre il "parto" della nostra Carta fondamentale articolo per articolo spiegando a proposito dell'articolo 41 che i suoi primi due commi non furono contrastati: l'Assemblea li approvò quasi senza discuterli. Per il terzo comma, invece, si pose il problema di disciplinare "quegli interventi o interventismi che oggi campeggiano in tutti i Paesi", proponendo un'alternativa tra il sistema liberale e quello socialista. La soluzione finale giunse grazie a una formula concordata che metteva in primo piano il concetto del coordinamento "in quanto nessuna economia può ormai prescindere da interventi statali; il comunismo puro e il liberalismo puro sono due ipotesi e schemi astratti, che non si riscontrano mai nella realtà, che è sempre una sintesi, una risultante della vita economica" (Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75).

Ma torniamo ai giorni nostri: secondo l'opposizione, a infastidire il Cavaliere sarebbe il riferimento della nostra Costituzione alla "funzione sociale" nell'ambito dell' iniziativa economica privata che ricorre non solo nell'articolo 41, ma anche nel 42 (proprietà privata), nel 43 (monopoli di Stato), nel 44 (proprietà terriera), nel 45 (cooperative) e soprattutto nel 46 (diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende).

Stando a un'altra accurata analisi delle dichiarazioni dei padri costituenti durante i lavori, pubblicata sul sito lavoce.info, le loro principali preoccupazioni erano rivolte alla lotta ai monopoli più che alla volontà di imitare il modello sovietico. «È evidente che la lotta che si conduce - sostenne Palmiro Togliatti in uno dei primi interventi nel '46 - non è diretta contro la libera iniziativa e la proprietà privata dei mezzi di produzione in generale, ma contro quelle particolari forme di proprietà privata che sopprimono l'iniziativa di vasti strati di produttori e, particolarmente, contro le forme di proprietà privata monopolistiche». Anche secondo Luigi Einaudi il monopolio era «il male più profondo della società presente». Fu lui, infatti, a proporre nella seduta del 13 maggio 1947 che la lotta ai monopoli divenisse un principio costituzionale. Fu infine Costantino Mortati, nella medesima seduta, a sottolineare la necessità di "armonizzare l'attività economica con i fini pubblici", sottolineando che nel «coordinamento e i controlli a fini sociali, vi è la facoltà di impedire la formazione dei monopoli».

Alla luce di queste riletture, si capisce che la norma messa sotto accusa dal premier fu coniata per prevenire la nascita delle grandi concentrazioni monopolistiche. Dello stesso tipo che oggi ben conosciamo anche grazie alle mille dispute (solo per fare un esempio...) sul monopolio mass-mediatico di Silvio Berlusconi. Sarà per questo che il premier non riesce proprio a digerirlo quell'articolo e parla tanto di deficit di cultura d'impresa nella Carta fondamentale?

24  aprile  2003

  Antonella Laudonia
  dalla rete
Costituzione Quella della Repubblica italiana
Cronologia I lavori della Assemblea Costituente
Adottiamolacostituzione Articolo 41

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L'articolo "incriminato"
Articolo 41 della Costituzione
-L'iniziativa economica privata è libera.
-Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
-La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Chi non lavora non mangia
Nella stesura dei primi articoli della carta fondamentale, ci furono oscillazioni per trovare la formula da adottare. Nessuno, all'interno della Commissione, propose la dizione "stato socialista di operai e contadini", propria della Costituzione sovietica, perché ritenuta troppo classista e comunista. La proposta che prevalse fu: "l'Italia è una Repubblica democratica di lavoratori", in seguito modificata con "fondata sul lavoro". Al diritto (articolo 4, I° comma Costituzione) si accompagnò il dovere di lavorare (articolo 4, II° comma) come è nel grande motto di San Paolo nelle sue lettere ai Tessalonicesi: "Si quis non vult operari, nec manducet" riprodotto anche nella Costituzione sovietica del 1918: "chi non lavora non mangia".
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