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Protestare senza muoversi da casaMezzo milione di persone da 190 Paesi diversi formano il più grande movimento virtuale mai esistito, fondato da un ragazzo di 22 anni
Eli Pariser, 22 anni, americano, ha dato vita quasi involontariamente alla più ampia protesta virtuale della storia. Il giorno dopo l'11 settembre 2001 ha mandato un'e-mail ad alcuni amici e conoscenti, dicendo che secondo lui una reazione armata e violenta per combattere il terrorismo avrebbe soltanto causato altre vittime innocenti. La mattina successiva nella sua casella di posta elettronica c'erano 300 messaggi di risposta, compresi quelli di una manciata di giornalisti che volevano intervistarlo. Da allora quel movimento spontaneo per la pace è cresciuto, si è organizzato, diventando per Eli un'attività a tempo pieno. Più di mezzo milione di persone da 190 Paesi diversi hanno firmato la petizione contro la guerra in Iraq compilata da Pariser (300 pagine circa), che è stata consegnata, una copia ciascuno, a George W. Bush, Tony Blair, Kofi Annan e al segretario generale della Nato Lord Robertson. Il 26 febbraio scorso, non contento, Eli ha organizzato una massiccia protesta elettronica. Tutti coloro che si sono detti disponibili a partecipare hanno mandato e-mail e fatto telefonate al Congresso degli Stati Uniti, intasando pc e centraline telefoniche. Per farsi perdonare dalle innocenti centraliniste per lo stress causato, Eli e i suoi hanno inviato loro cestini di cibarie.
Come siete riusciti a organizzare la manifestazione virtuale del 26 febbraio? La gente si iscriveva sul nostro sito dando la propria adesione e ognuno ci ha fatto sapere quando poteva essere disponibile a chiamare il proprio Senatore. Noi abbiamo risposto via e-mail con il minuto esatto in cui dovevano telefonare. Con centinaia di migliaia di partecipanti, pensiamo di aver mandato un messaggio forte e chiaro al Senato. Non possono ignorare i cittadini pensando che non reagiscano.
Ora che la guerra è scoppiata comunque, che cosa avete intenzione di fare? Abbiamo appena dato il via a una raccolta fondi. Il denaro verrà devoluto alle vittime di questa guerra, ai cittadini iracheni e ai soldati che soffrono per primi sulla propria pelle le conseguenze di tutto questo.
Qual è la difficoltà più grande che state affrontando? Indubbiamente avere a che fare con il nostro presidente, che non ascolta la volontà del suo popolo, che non ascolta il mondo intero, che procede con la sua guerra senza neppure il supporto di un modesto organico di alleati.
Quali sono le reazioni delle persone? Di solito entusiastiche: ci scrivono per ringraziarci della possibilità che offriamo loro di partecipare alle nostre iniziative, di fare qualcosa per affermare le loro idee.
E i politici che cosa dicono? Le loro reazioni sono diverse: per lo più si stupiscono molto di quanto sia ormai grande il movimento pacifista e di come siano "normali" le persone che vi partecipano: cittadini comuni, famiglie...
Come si guadagna da vivere? Lavoro a tempo pieno per seguire le iniziative di MoveOn, il movimento che ho fondato. Sono a tutti gli effetti un normale impiegato, stipendiato.
Siete in contatto anche con i movimenti italiani? Non ci siamo coordinati, no; finora non abbiamo fatto molto, ma siamo informati sulle proteste che vengono portate avanti nel vostro Paese.
9
aprile
2003
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