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Assuefatti alla mafia Secondo il New York Times gli italiani avrebbero rinunciato a una politica senza legami con la malavita
Vittima predestinata dei moralismi altrui, l'Italia viene colpita ancora una volta dritto sulla punta delle dita. Dopo le bacchettate del Financial Times sulla televisione, tutta trash e donnine nude, la seconda bordata ai costumi della Penisola arriva dal New York Times. Le pagelline sui buoni e i cattivi del mondo, sui paesi carogna e i paesi amici, non bastavano. Anche perbenismi e conformismi entrano nel gioco, un po' perverso, della graduatoria. Da che pulpito viene la predica dovrebbe essere spunto di riflessione, soprattutto quando le critiche provengono da un Paese che è a caccia di guerre, per non si sa bene quale reale motivo, che ha covato e dato alla luce scandali di enorme portata, due nomi su tutti Enron e Worldcom, e che annovera tra le sue icone presidenziali personaggi sulle cui collusioni con la malavita organizzata ancora si vocifera.
Le accuse sono chiare: in un articolo pubblicato un paio di giorni fa sul quotidiano newyorchese si sostiene la tesi, non troppo ardita a dire il vero, che gli italiani si sarebbero ormai assuefatti alla mafia. Molti gli allarmi e decine i processi lunghissimi la cui fine non si riesce neppure a intravedere. Sarebbero questi gli elementi che hanno contribuito a un atteggiamento sempre meno critico degli elettori nei confronti della classe politica e delle sue, probabili e strombazzate, connessioni con la malavita. «Decenni di insinuazioni sulle infiltrazioni di Cosa Nostra all'interno dei vari governi che si sono succeduti - si dice nell'articolo -, alcune vere altre assolutamente immaginarie, hanno anestetizzato gli italiani a tal punto che i giornali di questo Paese danno più spazio all'inaspettato maltempo che ai processi di mafia».
Tutto nasce dalla testimonianza di Antonio "manuzza" Giuffré, il quale ha ripetutamente sostenuto che l'attuale governo ha legami forti con la mafia, talmente forti da coinvolgere niente meno che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. L'intermediario, tra il mondo della mala siciliano e quello del lavoro milanese, sarebbe il senatore Marcello Dell'Utri, che Giuffré definisce «persona molto vicina a Cosa Nostra». E poiché la mafia «sceglie sempre il cavallo migliore su cui puntare», prosegue il pentito, quando Berlusconi decise di scendere in campo e buttarsi in politica, ottenne tutto l'appoggio di cui aveva bisogno proprio dalla malavita organizzata. Giuffré parla di riunioni ai vertici tenutesi ad Arcore.
Che queste accuse siano vere o no (il processo è in corso e tutto è da provare) quel che stupisce il giornalista americano, è che l'Italia non reagisca: «In qualunque altro Paese queste insinuazioni avrebbero come minimo generato una serie di voci incontrollate sull'immediata caduta del governo, mentre qui molti non conoscono neppure le accuse. O peggio, pensano che le collusioni con la malavita siano inevitabili». Insomma, una popolazione ormai assuefatta a qualsiasi forma di informazione, pervasa dalla rassegnazione impotente di chi pensa che la verità sia sepolta talmente in profondità da non vedere mai la luce. E se la situazione su giustizia e libertà di stampa negli Stati Uniti non fosse così rosea come si vuol far credere?
29
gennaio
2003
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