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Cronisti in prima linea In un mondo in cui il giornalismo sembra essersi piegato alla logica del gossip c'è ancora chi, scarponi ai piedi e taccuino alla mano, rischia la vita per raccontare la verità
Raccontare una guerra e spingersi oltre. Camminare sul filo di una lama per raccontare la verità, molto spesso scomoda. Una verità che a volte può costare la vita come a Ilaria Alpi, o Maria Grazia Cutuli. Morte. Perché non si sono accontentate di comunicati stampa, di dichiarazioni di politici. Hanno prestato i proprio occhi al mondo per fargli guardare ciò che normalmente non si vede. Il mestiere di un reporter di guerra è questo, e molto di più. È il lavoro di Enzo Baldoni, giornalista free lance rapito in Iraq mentre stava facendo il suo mestiere. Un mestiere affascinante, ma terribilmente pericoloso, che solo chi ha avuto il coraggio di praticarlo può spiegare cosa sia. È proprio per questo che abbiamo chiesto a Lorenzo Bianchi inviato de Il resto del Carlino, di raccontarci le idee e le sue esperienze, evidenziando i retroscena di sangue e orrore, ricordando i giorni del suo rapimento in Iraq, e la differenza abissale tra le due guerre quella del Golfo nel 1991 e quella di oggi, ancora in corso. Tra piccoli gesti, volti e persone che vivono tra proiettili e cannonate dividendo paure, cibo e notizie. La storia di un giornalismo in via d'estinzione, difficile ma vero.
Cosa vuol dire oggi fare il reporter di guerra cosa è cambiato rispetto al passato? I cambiamenti radicali sono stati due. Il primo è avvenuto con l'avvento della televisione che può lavorare sulle immagini. Cade così il vecchio lavoro del reporter di guerra, che poteva anche utilizzare degli stringers locali e dunque rielaboare in italiano le notizie che arrivavano. La tv che lavora sull'immagine ha cambiato il senso della nostra professione costringendoci ad arrivare fino al cuore della battaglia per raccontare le storie. Non ha più senso dare solo la notizia.
Un esempio? Il 14 Luglio scorso mi trovavo a Baghdad, il giorno in cui un'autobomba esplose ad Allawi nel giorno della ricorrenza della festa della repubblica. Non potevo solo raccontare la notizia dell'autobomba, dovevo cercare un taglio diverso, dare altro insomma. Così sono andato in mezzo alla folla a cercare una storia da raccontare per dare un taglio diverso da quello che avrebbe raccontato la tv. Allora ho visto i civili arrabbiati con gli americani, nonostante fosse chiaramente un attentato di matrice terroristica attribuibile ad Al Qaeda. Non solo alcuni sostenevano che il capo iracheno di Al Qaeda in realtà non esiste, ma addirittura che farebbe comodo agli americani per restare in Iraq.
La guerra del Golfo del 1991 e la guerra di oggi, quali sono le differenze? La differenza è abissale. La guerra del Golfo del 1991 era una guerra che si è combattuta dopo 42 giorni di bombardamenti, ma si è combattuta. C'erano cioè 450mila uomini sul territorio una coalizione forte che una volta raggiunto l'obiettivo di liberare il Kuwait ha dovuto controllare. Quella di oggi è una guerra che si sta combattendo solo ora, (almeno sembra), fatta di agguati, di atti terrorisitici. Una guerra che si combatte a tratti, che non ha fronti definiti. Una guerra che non finirà tanto presto, forse altri 5 anni, forse di più. Lei è stato rapito due volte. La prima nel 1991 in Iraq e la seconda l'anno scorso sempre in Iraq. Cosa ricorda di quelle esperienze? La prima volta abbiamo avuto veramente paura. Nessuno ci garantiva che non ci avrebbero fatto sparire. Noi eravamo prigionieri, ma il Governo lo negava. In questi casi, ti viene la paura che non tornerai più. Siamo stati con il fiato sospeso per tutto il tempo fino a quando non ci hanno liberato. La seconda volta è invece cominciata con un errore tecnico. Noi siamo entrati a Bassora e la città appariva tranquilla; ma non c'era nulla di quello che altri giornalisti avevano riportato sulle pagine dei propri quotidiani: cioè che i marine Usa presidiassero la città. Solo che a differenza dell'altra volta un producer di Al Jazeera ci filmò e questo voleva dire che c'era un documento video che noi eravamo stati catturati. Poi da Bassora ci hanno trasferito a Bagdad dove è cominciato il calvario dell'attesa. Siamo rimasti chiusi in un albergo per 11 giorni sotto il fuoco degli alleati che si avvicinavano. La nostra preoccupazione erano però i cani sciolti, gente che non era legata a nessun gruppo e quindi disposta ad ammazzare anche per niente. Così nella situazione di caos e confusione il nostro "carceriere" ci ha detto che di noi non sapeva più cosa farne. Ci ha detto che avremmo potuto ritirare i nostri passaporti alla reception dell'albergo dove eravamo nascosti perchè eravamo cittadini liberi.
Conosce Enzo Baldoni? Cosa pensa del suo rapimento? Non lo conosco personalmente. Probabilmente l'ho incrociato nei miei viaggi in Iraq. Riguardo al suo rapimento i precedenti legati al gruppo che lo ha in mano non mi lasciano molto tranquillo. I rapitori non sono un gruppo "inorganico", sono dell'Esercito Islamico, responsabili del sequestro e uccisione di due civili Pakistani, rapiti il 26 luglio e ammazzati due giorni dopo; del rapimento del console iracheno, misteriosamente scomparso nel nulla; del rapimento e del rilascio del filippino Angelo de la Cruz dopo che il Governo di Manila ha acconsentito al ritiro delle truppe dall'Iraq. Però c'è da dire che i giornalisti fino ad ora sono stati sì rapiti, ma sempre rilasciati.
Dopo tutte queste esperienze, la paura di non tornare qual è la molla che spinge un giornalista a continuare, a non smettere di mettersi in pericolo, a tornare in territorio di guerra? La storia che c'è dietro le facce, i volti, le persone. Storie trasformate in amicizie forti. Sono fili che non si rompono, che non possono essere spezzati. È molto difficile lasciare, mi è impossibile staccarmi da tutto questo. Ho amici che sento spesso, rimasti tali dalla guerra del Kosovo, sono stato in Iraq tanto tempo, l'ultima volta a luglio tutto il mese. Come si fa... no davvero, è impossibile lasciare.
25
agosto
2004
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