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La pena di morte nel mondo, il rapporto 2004

"Nessuno tocchi Caino" ha presentato i dati: il numero delle esecuzioni è diminuito, positive le premesse per una risoluzione Onu sulla moratoria

Continua a essere praticata ma la diminuzione delle esecuzioni e le nuove riforme degli ordinamenti giuridici in alcuni dei Paesi che ancora la prevedono sono segnali importanti per la lotta alla pena di morte. Stando ai dati del Rapporto annuale di "Nessuno tocchi Caino" nel 2003 le esecuzioni sono state 5.599, nettamente superiori ai 4.101 del 2002, ma per la prima volta sono inseriti i dati provenienti dalla Cina.

I Paesi che hanno rinunciato a praticare la pena di morte sono 133: 81 totalmente abolizionisti, 32 lo sono di fatto (perché non compiono esecuzioni da oltre 10 anni), 14 l'hanno abolita per i crimini ordinari, 5 Paesi hanno attuato una moratoria. Anche la Russia ha attuato una moratoria, impegnandosi comunque ad abolirla come membro del Consiglio d'Europa, anche se giusto il 22 giugno scorso Putin, parlando dei ribelli ceceni autori degli attacchi in Inguscezia, ha avuto modo di dire: «Devono essere trovati ed eliminati e, se possibile, devono essere catturati vivi per essere processati».

Fra i 63 Paesi mantenitori, il triste primato spetta alla Cina, con più di 5mila esecuzioni pari all'89,3% del totale. A seguire ci sono l'Iran (almeno 154), l'Iraq almeno 113 esecuzioni fino al 9 aprile (quando è stata sospesa dall'autorità provvisoria), il Vietnam (69), Stati Uniti (65), Arabia saudita (52), Kazakistan (19), Pakistan (18), Singapore (14) e Sudan (13).

L'Africa è il continente con il maggior numero di Paesi che non eseguono sentenze capitali da oltre 10 anni: 18 su 32 stati membri delle Nazioni Unite. «Non voglio essere il capo dei boia» ha detto il presidente zambese Levy Mwanawasa, che solo nel febbraio di quest'anno ha commutato 44 condanne a morte a pene detentive. A lui l'associazione ha dedicato il rapporto sullo stato della pena di morte. Proprio dall'Africa potrebbe venire un segnale forte all'Assemblea generale delle Nazioni Unite con il voto favorevole alla risoluzione per una moratoria universale in vista della sua progressiva abolizione.

«I numeri per prevalere all'Onu ormai ci sono. Per vincere la battaglia occorrono soltanto volontà e coraggio» ha detto l'ex ambasciatore italiano alle Nazioni Unite Francesco Paolo Fulci, intervenuto recentemente al convegno "Diritti umani e diritto umanitario: nuove frontiere della giustizia penale internazionale". Nell'ultimo decennio, ha ricordato Fulci, i tentativi sono stati due: la prima dall'Italia nell'autunno del 1994 e la seconda nell'autunno 1999 su proposta dell'Unione europea.

Nel 1994, dei 184 membri dell'Onu 102 continuavano di fatto a praticarla e fu respinta. Anche la risoluzione per una moratoria, cioè una sospensione delle esecuzioni e l'abolizione per i minori di 18 anni, le donne incinte o puerpere e i malati mentali, non passò: 71 voti furono a favore dell'emendamento di Singapore che prevedeva il diritto degli Stati ad applicare la pena di morte, 65 contro e 21 astenuti.

Nel 1999 gli auspici erano migliori: «Anzitutto i Paesi che per legge o di fatto non praticavano più la pena di morte erano aumentati da 82 a 116 rispetto ai 187 membri dell' Onu. Inoltre i firmatari del progetto di risoluzione europeo, che ricalcava quello presentato dall'Italia, erano passati in cinque anni da 50 a 73, più vicini dunque al quorum della maggioranza assoluta di 94 voti». Sembrava ormai fatta, ma Singapore fece nuovamente opposizione. Furono presentati 10 emendamenti e fu redatta una dichiarazione integrativa in cui si assicurava «il diritto degli Stati di prevedere all'interno dei loro ordinamenti le pene che ritenessero più opportune per combattere i reati più gravi». E alla vigilia del voto i ministri dei 15 si ritirarono.

25  giugno  2004

  Manuela Magistris
  dalla rete
Nessuno tocchi Caino Il rapporto sulla pena di morte nel mondo
Freedom House Un'organizzazione che si batte per la pena di morte
Onu Commissione dei diritti umani

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Indonesia, un italiano rischia la pena di morte
Gli elementi sono stati raccolti ufficiosamente, ma ci sono buone speranze per Juri Angione, il 24enne di Orbetello che in Indonesia è sotto processo per traffico di stupefacenti e rischia la condanna a morte. Margherita Boniver, sottosegretario agli esteri con deleghe per l'Asia e per i diritti umani, ha dichiarato il 10 giugno scorso che «La sentenza è attesa per la fine del mese. Le indicazioni raccolte fanno ragionevolmente sperare che i giudici dovrebbero optare per una condanna a 15 anni di carcere e successivamente l'imputato potrà ricorrere in appello. Ma il nuovo processo durerà presumibilmente qualche anno». Purtroppo, ha spiegato la Boniver, non esiste un trattato di estradizione tra Italia e Indonesia che gli consenta di scontare parte della pena in patria. Angione era stato arrestato all'aeroporto di Bali lo scorso dicembre con oltre 5 kg di cocaina nascosti nel suo equipaggiamento da surf. Il giovane subito dopo il fermo aveva ammesso che la borsa sequestrata dalla polizia gli apparteneva, ma aveva detto di ignorare che essa contenesse droga.
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