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Nuove province in fila per tre

Monza, Fermo e Barletta capoluoghi. Ce n'era proprio bisogno o è solo spreco di soldi?

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Con i sì definitivi del Senato l'Italia nel giro di una settimana si è ritrovata con tre province in più. Prima Monza-Brianza, poi Fermo e Barletta (insieme con Trani e Andria) si aggiungono alle 103 città della Penisola che già potevano fregiarsi del titolo di capoluogo.

Una notizia che nelle città in questione aspettavano da anni ed è stata salutata con entusiasmo da sindaci e cittadini. E che, cosa rara di questi tempi, ha trovato consensi - spontanei o tardivi - tra tutte le forze politiche da destra a sinistra dopo le battaglie a ottobre alla Camera. E che, cosa rara di questi tempi, ha trovato consensi - spontanei o tardivi - tra tutte le forze politiche da destra a sinistra dopo le battaglie di ottobre alla Camera.

Le polemiche emerse all'indomani dell'ok a Monza mettevano in relazione l'istituzione della provincia brianzola con logiche di compensazione politica tra le forze di governo. Qualche dichiarazione piccata, accuse incrociate: le solite scaramucce pre-elettorali. Nessuno che si sia azzardato a dire ai quattro venti: che le nuove province sono inutili o malfatte o che sono uno spreco.

In pochi hanno fatto notare, per esempio, l'anomalia della nascente provincia BAT (Barletta-Andria-Trani) con tre città-capoluogo di pari "valore", di Fermo che va a spezzare una provincia già piccola come quella di Ascoli o, soprattutto, che Monza che come città è ormai poco più di un quartiere di Milano da cui è separata giusto da un cartello stradale. Senza contare che la Brianza che fa da corpo alla provincia monzese è in buona parte altrove: Cantù ed Erba resteranno sotto l'amministrazione di Como.

Nessuno ha cavalcato l'onda dello sperpero di denaro pubblico in tempo di austerity o ha proposto il tema della moltiplicazione di enti territoriali in un'epoca di semplificazione e razionalizzazione della vita pubblica. Eppure la Ragioneria dello Stato ha messo in conto di spendere 50 milioni di euro per istituire queste nuove province, che nel prossimo futuro dovranno dotarsi di strutture operative che saranno a loro volta un costo: insomma burocrazia che si aggiungerà a burocrazia.

Tuttavia è inutile negarlo, non mancano aspetti positivi: una volta tanto le istituzioni vanno incontro ai cittadini e non viceversa. Normale constatare che il territorio italiano nel corso del Dopoguerra è rimasto invariato, ma la popolazione è notevolmente cresciuta: nuove province più piccole e compatte hanno il pregio di essere più veloci e capaci di progettare i servizi in modo più mirato. Oltre al fatto che il decentramento di uffici e attività su più città può essere un esperimento interessante in prospettiva, magari affiancato alla crescita del progetto di e-government.

La nascita di queste nuove realtà va infine a intrecciarsi con una tradizione campanilistica tutta italiana. Da qui uno dei motivi che hanno portato alcuni sostenitori a gesti un po' sopra le righe come accaduto a Fermo pochi giorni orsono. La Brianza agricola e imprenditoriale insofferente all'egemonia milanese, Fermo che non accetta la subordinazione ad Ascoli Piceno e le città del Tavoliere che rivendicano una loro identità diversa rispetto a Bari. Una ridda di motivi e distinguo che affondano nella storia e che si sfogano talvolta con modalità da ultras da stadio.

La sensazione che ne deriva sembra più di orgoglio civico, che di reale esigenza amministrativa. Detto in parole povere: l'idea di poter mettere accanto alla targa dell'auto la sigla del proprio amato comune al posto dell'odiato capoluogo, pare essere più accattivante dell'effettivo beneficio che i cittadini possono ricevere dal fatto di avere una nuova provincia.

L'Upi (Unione province italiane) riferisce che 64 italiani su 100 ritengono la provincia un'istituzione utile. Ma siamo sicuri che tutti sappiano a cosa serve? Intanto qualcuno fa già i nomi di nuove "papabili": Melfi in Basilicata, Tempio Pausania in Sardegna e altre in Calabria.

La domanda è sempre la stessa: ce n'è veramente bisogno o sono solo soldi buttati al vento?

20  maggio  2004

  Massimo Mencaglia
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I numeri di Monza
La nuova provincia comprenderà 53 comuni (tra cui Arcore), per una popolazione complessiva di 800mila abitanti e una superficie complessiva di 488 kmq. Nel territorio la Camera di Commercio ha censito 58mila imprese (circa una ogni 8 abitanti) con un fatturato di 30 miliardi di euro (27esimo posto in Italia). Monza però dovrà aspettare fino al 2009 per eleggere il suo consiglio provinciale. Fino ad allora un commissario nominato dal ministero dell'Interno si occuperà di tutti gli adempimenti legati all'istituzione della nuova provincia.
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