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Giù le mani dal made in Italy

L'ipotesi di istituire un nuovo marchio "made in Eu" crea polemiche. I paesi europei temono che possa oscurare le eccellenze nazionali

Non ha ancora visto la luce, ed è già sommerso dalle polemiche. È il nuovo marchio di origine dei prodotti Ue definibile "Made in Europe" allo studio a Bruxelles. Scopo, tutelare la qualità, l'immagine e il valore aggiunto dei prodotti dei Paesi europei e rafforzare la competitività del settore difendendolo dalle contraffazioni extra-Ue. Paradossalmente, l'etichettatura comune per i prodotti dei Quindici, che ora fa tanto discutere in Italia perché si teme possa oscurare lo storico marchio "Made in Italy", è stata invocata di recente proprio dal governo italiano, per distinguere il valore aggiunto dei prodotti fatti nel Vecchio Continente da quelli provenienti da Taiwan o "assembled in China".

Ma adesso che la Commissione europea ha fatto sapere che sta concretamente studiando la possibilità di introdurre un marchio di origine europeo e che a fine febbraio dovrebbe presentare un rapporto sulla questione, la levata di scudi contro la sola proposta è stata immediata. Dalla stessa Italia, ma anche da Germania e Grecia.

Il documento di lavoro approntato dalla direzione generale Commercio, facente capo al Commissario europeo Pascal Lamy, presenta principalmente tre opzioni di marchio comune, che modificherebbero in tutto o in parte la legislazione attuale, al fine di dare un ''marchio'' di garanzia al prodotto e informare meglio il consumatore. La prima prevede un "approccio volontario a discrezione del produttore": scrivere "Made in" su un prodotto europeo o extraeuropeo sarebbe una decisione volontaria. La seconda ipotesi prevede un "sistema misto": l'etichetta sarebbe obbligatoria per tutti i prodotti di origine extra-Ue e facoltativa per quelli dei Paesi membri dell'Unione. La terza opzione, la più radicale, prevede un marchio d'origine per entrambi i prodotti, quelli extra-Ue e quelli Ue. La dicitura "Made in Eu" potrebbe essere dunque affiancata dal marchio del singolo Paese europeo d'origine. Provando a immaginarlo suonerebbe un po' così: "Made in Eu-Italy", o viceversa.

«Finora siamo alla prima fase, che ci permette solo di valutare vantaggi e svantaggi delle varie proposte d'orientamento», spiega Arancha Gonzalez, portavoce del Commissario al Commercio Pascal Lamy. Ma il polverone scatenatosi dopo questi primi passi è già sufficiente a correggere il tiro così come ha presto fatto Bruxelles specificando che accanto a un eventuale "Made in Ue" obbligatorio rimarrebbe il marchio del Paese di provenienza. Perché è chiaro fin da ora che nessun singolo Paese è disposto a sacrificare il proprio storico marchio nazionale, che contraddistingue la qualità, il prestigio e la insostituibilità dei propri prodotti, all'altare dell'Unione. «Nessun altolà all'ipotesi di associare al "Made in Eu" il "Made in Italy" - questo il parere di Confindustria - purché non significhi togliere valore alle eccellenze nazionali di ogni singolo Stato».

«La proposta di istituire il marchio "Made in Europe" non cancella il "Made in Italy", ma è la necessaria premessa per evidenziare il Paese di provenienza delle merci», tranquillizza il Ministro delle Politiche agricole, Gianni Alemanno.

Mette tutti d'accordo, però, la necessità di tutelare il consumatore e le imprese da importazioni di prodotti contraffatti o provenienti da Paesi che non rispettano le più elementari regole del mercato. Per questo Mario Boselli, presidente della Camera nazionale della moda sollecita l'imposizione obbligatoria del marchio d'origine per le merci importate, così come avviene negli Stati Uniti, in Giappone e in Cina. «È necessario che sui prodotti venga scritto "Made in", in modo da chiarirne la provenienza e contraddistinguere quelli fatti in Europa da quelli realizzati fuori, che sia in Cina in India o in Turchia. Certo il marchio europeo va affiancato dalla tradizionale etichetta "Made in Italy, perché la moda italiana è un plus per noi in tutto il mondo».

17  gennaio  2004

  Antonella Laudonia
  dalla rete
Pascal Lamy Il Commissario europeo al Commercio
Confindustria Gli industriali online
Politiche Agricole Il ministero di Gianni Alemanno
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CE
L'istituzione di un'etichetta di fabbricazione "Made in Europe" potrebbe anche servire a contrastare pratiche sleali come quelle attuate dalla Cina con la "copia" del marchio di "Conformità europea" (CE). Pechino ha copiato il logo di standardizzazione europea "CE" (adottato fin dal 1993), con un logo identico che significa però "China Export", utilizzato su un'enorme quantità di prodotti per l'esportazione, spesso riversati sul mercato europeo. «Si tratta di un modo per fuorviare i consumatori - ha osservato la portavoce del commissario europeo al Commercio Pascal Lamy - che credono di comprare un prodotto europeo che invece è fabbricato in Cina».
Germania
Secco no anche da Berlino, a un supermarchio che oscuri quello nazionale. La Germania - ha fatto sapere subito - si batterà per il mantenimento del marchio "Made in Germany". Il governo «non rinuncerà a questo marchio di qualità in cambio di una qualsivoglia denominazione Ue. "Made in Germany" deve rimanere, i consumatori in tutto il mondo collegano a questa etichetta a un alto livello di qualità», ha detto il ministro della giustizia Brigitte Zypries (Spd), responsabile per il settore.
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