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Sempre meno stranieri in vacanza in ItaliaSe c'è qualcosa da ripristinare per rilanciare il turismo, è un ministero specifico, e non certo la tassa di soggiorno che manderebbe ulteriormente in crisi un settore già in difficoltà. Parola di Bocca, presidente di Confturismo
Il Bel Paese, la meta di quello che nel '700 era chiamato il "Grand Tour" compiuto da rampolli inglesi e borghesia tedesca, ha sempre meno fans tra gli stranieri negli ultimi tempi. Dall'estero si sceglie di meno l'Italia come meta di vacanze: dal 2000 al 2003 lo Stivale ha perso circa 3 milioni di presenze da oltreconfine, con un saldo negativo di quasi 4 miliardi di euro annui. Il bilancio del 2004 sembra ancora più pesante in quanto le presenze straniere in Italia si sono ridotte del 10%, altri 4milioni in meno rispetto al 2003.
Il turismo italiano attraversa una delle crisi più profonde degli ultimi anni. Un trend negativo che ha colpito un po' tutte le regioni del nostro Paese con vistosi cali, per esempio, del 15-20% per il turismo tedesco, austriaco e svizzero in Liguria, del 30% per quello tedesco in Campania, mentre i Laghi del Nord Italia hanno registrato flessioni del 15% ed Emilia Romagna e Marche del 10%. Il quadro emerge dal Rapporto Eurispes sull'Industria del Turismo in Italia che Gian Maria Fara, Presidente dell'istituto di ricerca, ha presentato di recente a Rimini in occasione delle due Giornate Nazionali del Turismo.
Gli operatori del settore si lamentano, e la paventata reintroduzione della tassa di soggiorno (fino al 5% del prezzo di vendita della camera) non è certo lo strumento per rilanciare un comparto che necessita di ben altre misure. Questo il punto di vista del presidente di Confturismo, Bernabò Bocca, che pochi giorni fa ha fatto il punto sul settore, evidenziando come il motivo di questa situazione è la "perdita di competitività" e le sue responsabilità sono molteplici e hanno tutte una causa comune: la mancanza di una politica vera e costruttiva per il rilancio del settore.
Da un lato, infatti, basta vedere quanto investe il nostro Paese in promozione turistica rispetto ai principali competitors europei: solo 24 milioni di euro nel 2004 contro i 103 della vicina Spagna o i 74 dei cugini d'Oltralpe; o ancora è sufficiente paragonare le aliquote Iva di alberghi e ristoranti che, sulle imprese di casa nostra, gravano per il 10% contro, per esempio, il 7% della Spagna o l'8% della Grecia, Paesi a forte vocazione turistica, come pure accade per agenzie di viaggi e stabilimenti balneari. «Se in Italia c'è qualcosa da ripristinare per rilanciare il turismo quel qualcosa è un Ministero specifico (soppresso per effetto del Referendum popolare del 18/4/93, ndr), e non certo la tassa di soggiorno, già abolita nel 1989,che manderebbe ulteriormente in crisi un settore già in difficoltà». Così spiega Bocca, che poi continua: «La tassa di soggiorno che potrebbe essere introdotta nella prossima Finanziaria è una pazzia. Vorrebbe dire togliere alle nostre aziende 1,5 miliardi di euro di investimenti e di fatto far salire l'Iva al 15% penalizzando ancora di più il turismo italiano».
Ma qual è quindi, in sintesi, il decalogo delle richieste di Confturismo per la ripresa del settore? No alla tassa di soggiorno, istituzione di un'autorità nazionale di governance per il turismo, coinvolgimento delle associazioni di categoria e delle Regioni in quello che sarà il nuovo Enit, armonizzazione dell'iva rispetto ai competitors europei, una maggiore e migliore promozione della marca turistica italiana, snellimenti burocratici e rivisitazione della proposta governativa sui canoni demaniali. Perché non bisogna dimenticare che il comparto turismo rappresenta il 10% del Pil italiano e continua a essere un settore produttivo in termini di posti di lavoro: nel 2003, pur ricevendo un quarto degli incentivi economici concessi a termini di legge all'industria, ha generato circa il 17% di posti di lavoro in più.
20
novembre
2004
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