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La guerra degli hamburger Negli Usa i fast food segnano il passo e si rubano i clienti
Big Mac e patatine fritte. Sembrava un matrimonio perfetto destinato a eterna letizia. Improvvisamente si è invece scoperto in crisi. Le vendite dei colossi americani del fast food nel 2002 hanno segnato il passo e quello che fino a pochi anni fa era considerato un business sicuro, sia per il franchising sia per investimenti in borsa, ora è alle prese con un'inattesa fase di contrazione del mercato.
Negli Usa, la patria del pasto volante, la situazione si è fatta seria negli ultimi mesi dell'anno scorso. Mc Donald's ha comunicato che per la prima volta dal 1995 il suo bilancio trimestrale è in negativo del 5-6%. Le prime reazioni sono state: chiusura di alcuni dei quasi 30mila punti vendita sparsi per il mondo e taglio di circa 700 dipendenti. Poi l'immancabile cambio al vertice e con esso una nuova strategia per così dire... d'attacco. Anche BurgerKing ha cambiato i vertici e ha risposto al guanto di sfida.
Tra i due colossi è scoppiata quella che gli osservatori americani hanno definito la "guerra dell'hamburger" per racimolare quanti più clienti è possibile in uno scenario, quello Usa, che sembra avere voltato le spalle al pasto mordi e fuggi. Il mese di gennaio si è aperto con una serie di ribassi su menu e hamburger. In particolare ad agitare le acque la scelta di mettere in vendita panini superscontati: Mc Donald's ribassa un "Big 'n tasty" a 99 centesimi, BurgerKing porta allo stesso prezzo il suo "Whopper".
E il conflitto prosegue con la solita corsa al gadget, al menu a prezzi stracciati o a trovate avveniristiche come piazzare macchinette di noleggio dvd fuori di alcuni punti vendita. Ma nonostante le vendite non abbiano fatto segnare finora il boom sperato, a contare i danni maggiori sono state le piccole catene meno forti sul mercato.
Scoperto che non sempre la corsa al ribasso produce più vendite, le majors del panino imbottito studiano nuove strategie. È di pochi giorni fa la dichiarazione d'intenti di Jim Cantalupo, nuovo Ad di Mc Donald's: per richiamare la gente nei fast food miglioriamo la qualità. Quindi, brusco ritorno al passato in cucina: niente uso del microonde per cuocere gli hamburger, tempi più lunghi (da 11 secondi a 17) per rendere croccante il pane.
Senza dimenticare che già da tempo nei vari paesi del mondo i fast food si adeguano al gusto dei clienti proponendo menu in linea con le tradizioni alimentari del posto: hamburger all'agnello in India, alla carne di maiale in Thailandia, all'uovo in Uruguay e di pollo con soja in Giappone. Mentre non è una novità che si pensi di far entrare anche la pizza nel fast food con l'intento, neppure troppo misterioso, di aumentare la clientela, anche a costo di snaturare l'identità del menu sempre uguale da New York a Shanghai. Come dire: che vada a farsi benedire la globalizzazione, qui ci sono conti da rimettere a posto.
2
febbraio
2003
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I giganti del panino |
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McDonald's è presente in 120 paesi del mondo con 29mila punti vendita (13mila dei quali negli Usa), nei quali lavorano 1,5 milioni di dipendenti. Ogni giorno registra in media 43 milioni di clienti. In Italia dispone di 330 fast food nei quali lavorano 15mila dipendenti. BurgerKing, nata a Miami nel 1954, ha più di 11mila punti vendita sparsi in 56 paesi del mondo, nei quali lavorano 340mila dipendenti. Produce e vende ogni anno 2,4 miliardi di hamburger e vanta 15,7 milioni di clienti al giorno. |
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E c'è chi lo fa più ricco |
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Alla faccia della crisi del fast food, a New York i ristoranti più chic si sfidano a mettere nel menu l'hamburger più caro. Prima ne è stato creato uno da 41 dollari a base di pregiatissimo manzo Kobe, la cui carne è ricavata da vacche nutrite di birra e allevate con ogni cura e massaggi a mano; poi è nata una polpetta ancora più cara a base di cuore di fegato d'oca avvolto in macinato di manzo pregiato, guarnita con tartufo. |
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