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Nuovo identikit del lavoratore italiano

Solerti, attivi e diligenti (forse): ecco come ci dipingono le ultime ricerche compiute dall'Ocse e dall'Ilo. E se si riuscisse ad agire sul gene legato alla voglia di lavorare?

A dispetto di ogni luogo comune che li vede irrimediabilmente pigri e fannulloni, dediti per natura all'ozio e alla lentezza, anche a causa di quel sole e di quel mare che tanto abbondano nel Belpaese e che per una strana alchimia li renderebbero meno inclini alla fatica, gli italiani sono invece fra i lavoratori più attivi e solerti del Vecchio Continente.

A dimostrarlo, le ultime statistiche elaborate dall'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e dall'Ilo (International Labour Organization), che prendono in considerazione un tema importante come quello dell'orario lavorativo, entrato ormai con forza nel dibattito economico italiano ed europeo.

Secondo i dati raccolti, in un anno, i dipendenti italiani trascorrono sul luogo di lavoro un totale di 1.619 ore, contro le 1.459 dei colleghi tedeschi e le 1.444 di quelli francesi. Cioè, noi italiani abbiamo 175 ore di tempo libero in meno rispetto a chi vive in Germania e 160 in meno rispetto a quanti vivono in Francia. Anche se, bisogna riconoscerlo, i lavoratori più indefessi sono senza dubbio gli spagnoli, che con le loro 1.807 ore passate in ufficio, in azienda o in fabbrica dedicano ogni anno alla loro occupazione ben 188 ore in più rispetto agli italiani, seguiti a poca distanza dai colleghi del Regno Unito che al lavoro passano invece 1.707 ore.

In compenso, nonostante nel nostro Paese si abbiano molte settimane di lavoro (sono 41 in Italia, 40,6 in Germania e 40,5 in Francia e Regno Unito, ma 42,2 in Spagna), i lavoratori italiani hanno anche più giorni di ferie: 7,9 settimane all'anno, cioè quasi come la Germania (7,8), poco di più rispetto a Francia, Spagna (7) e Gran Bretagna (6,5). Questi dati sono, peraltro, perfettamente in linea con quanto accade oltreoceano, dove un dipendente trascorre sul luogo di lavoro 1.724 ore in un anno. Segno, questo, che lo scarto esistente fra Europa e Usa dipende più che altro dal minor numero di persone effettivamente occupate rispetto alla popolazione attiva. Un esempio fra tutti, quello del numero di donne che lavorano: in Europa raggiunge una percentuale inferiore del 10% rispetto a quella americana.

Tornando all'Italia, la nostra è anche la nazione dove si registrano meno assenze dal lavoro per permessi e malattia e, in generale, in cui è davvero minimo l'assenteismo. Secondo una ricerca condotta in Europa l'anno scorso da Jobpilot, società che opera nel settore dell'e-recruiting, soltanto il 2% degli intervistati italiani ha rivelato di mancare spesso dal posto di lavoro fingendo di essere malato, e una quota altrettanto esigua (ancora il 2%) si affida a medici compiacenti per stare a casa più del necessario.

Non solo attivi e solerti, dunque, ma anche onesti. I datori di lavoro non potrebbero davvero chiedere di meglio. Certo, è poi tutto da vedere come effettivamente vengano occupate le ore trascorse sul posto di lavoro. Perché la voglia di lavorare non sempre si distribuisce in maniera uniforme nell'arco dell'intera giornata lavorativa, anzi. È ormai noto che spesso e volentieri vengono attuate delle vere e proprie tattiche per evitare il lavoro senza per questo dover rinunciare allo stipendio.

Ecco dunque che i risultati di una ricerca americana potrebbero far sognare datori di lavoro sadici, responsabili e grandi capi da film di fantascienza, facendo carezzare loro l'idea di poter trasformare anche i lavoratori più svogliati e indolenti in solerti stakanovisti. Un gruppo di ricercatori del National Institute of Mental Health di Washington ha scoperto, infatti, una terapia genetica, sperimentata per il momento solo su un gruppo di scimmie, che attraverso una semplice iniezione capace di inibire l'azione del D2(un gene che produce ricettori per la dopamina, responsabile della percezione di piacere e soddisfazione), è riuscita a modificare l'atteggiamento dei primati nei confronti di carichi di lavoro ossessivi, rendendoli "lavoratori" instancabili.

Per fortuna, l'applicazione di questi risultati anche agli esseri umani, con tutte le inquietanti ripercussioni del caso e le inevitabili implicazioni etiche, non è neanche stata presa in considerazione. L'esperimento dovrebbe infatti dare nuovo slancio allo studio dei meccanismi chimici attraverso i quali agisce il cervello, per meglio comprendere tutte le patologie gravi come il morbo di Parkinson o quelle che generano comportamenti ossessivi, come la schizofrenia.

19  agosto  2004

  Alice Voltolina
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La ricerca
Lo studio realizzato dai neurobiologi del Nimh di Washington è stato condotto su sette macachi rhesus rinchiusi in gabbie di plexiglas di fronte allo schermo di un computer. Istruiti ad abbassare una leva ogni qualvolta compariva sullo schermo una luce verde, i macachi sono stati ricompensati dopo un numero variabile di risposte corrette con acqua e succo di frutta. Ad avvisare le scimmiette del più o meno imminente arrivo del premio per il buon lavoro svolto, una barra grigia laterale sullo schermo. In poco tempo i macachi hanno capito il sistema e si sono dimostrati più svogliati e disattenti quando la ricompensa era lontana. Iniettando loro, in una precisa zona della corteccia cerebrale, una particolare sostanza genetica in grado di inibire il funzionamento del D2, un gene che di solito produce recettori per la dopamina, le scimmie hanno iniziato a "lavorare" in maniera ossessiva e indefessa, perdendo ogni capacità di intuire l'avvicinarsi della ricompensa e senza più attribuire alcun significato alla barra grigia, cioè l'imminente soddisfazione. «Bloccando il gene - ha spiegato il Dottor Barry Richmond, uno degli scienziati responsabili della ricerca - si è innescata, cioè, una notevole trasformazione della loro etica del lavoro».
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