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35 ore: la fine di un sogno

Sempre più aziende concordano con i lavoratori per un allungamento dell'orario di lavoro. In cambio offrono garanzie sull'occupazione

Lavorare meno per lavorare tutti? Un sogno inseguito solo dagli ingenui. Per uscire dalla crisi il patronato tedesco pensa a tutt'altro: tagliare i costi e aumentare la durata del lavoro. Queste sono le parole d'ordine. A sferrare il primo colpo della rivolta è stato Heinrich von Pierer, amministratore delegato della Siemens che, con una mossa a sorpresa, è riuscito a scalfire uno dei baluardi del welfare "made in Germany": la settimana di 35 ore. Dopo questa vittoria gli altri signori dell'industria tedesca guardano al modello con ammirazione. E sognano le 40 ore. Magari con qualche giorno di ferie in meno. Mentre i sindacati osservano preoccupati e indecisi sul da farsi.

In cambio di questa decisione il grande gruppo elettronico tedesco si è impegnato a non delocalizzare in Ungheria 2mila posti di lavoro. Alla Volkswagen, uno dei simboli dell'orgoglio nazionale tedesco, la pensano nello stesso modo. Soprattutto dopo il calo degli utili previsto per l'anno in corso. Per il responsabile delle risorse umane della casa automobilistica, Peter Hartz, l'unica via di uscita è ridurre del 30 per cento i costi del personale entro dieci anni.

Anche alla Daimler Chrysler si punta all'allungamento dell'orario di lavoro. Dopo settimane di proteste che hanno portato 60mila lavoratori in piazza è stato raggiunto un accordo tra la casa automobilistica e l'IGMetall, il più grande sindacato metalmeccanico tedesco. I termini dell'accordo raggiunto prevedono il taglio dei costi per il personale per 500 milioni di euro all'anno a partire dal 2007, con l'allungamento dell'orario di lavoro a 40 ore in alcuni settori, dalle attuali 35. Tutto in cambio della garanzia fino al 2012 di 6mila posti di lavoro nello stabilimento Mercedes di Sindelfingen, nei pressi di Stoccarda, fin qui messi a rischio.

Anche nel mondo industriale francese spira aria di fronda. I lavoratori della società di componentistica auto Bosch si sono espressi recentemente per un prolungamento della settimana lavorativa di 35 ore. La maggioranza degli 820 dipendenti della fabbrica di Vinissieux, a sud di Lione si sono dichiarati disposti a lavorare per più delle 35 ore previste dalla legge, nel timore di perdere il posto di lavoro: un fenomeno che sta contagiando sempre più imprese.

Di fronte a questa situazione i sindacati si vedono costretti a fare buon viso a cattivo gioco. Se da una parte sono soddisfatti per la salvaguardia dell'occupazione, dall'altra accusano le direzioni di utilizzare troppo spesso la minaccia della pistola sulle tempie dei salariati, promettendo loro la cassa integrazione se rifiutano di aumentare i carichi di lavoro. Poco a poco si va delineando un nuovo scenario dove la contrattazione diretta mette fuori gioco le grandi confederazioni sindacali.

A complicare il contenzioso ci pensa involontariamente l'Unione europea. Con il suo recente allargamento, il fenomeno rischia di espandersi a macchia d'olio perché la delocalizzazione rischia di diventare sempre più frequente, minacciando così l'occupazione. Nei nuovi paesi membri il costo del lavoro è infatti nettamente inferiore a quello di Francia, Germania, Italia e Spagna.

29  luglio  2004

  Michel Paganini
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Germania: vacilla l'articolo 18
Dopo i casi aperti da Siemens e DaimlerChrysler che hanno intaccato il tabù delle 35 ore di lavoro settimanali, adesso è l'equivalente tedesco del nostro art. 18 a vacillare. A chiedere in un'intervista al quotidiano "Berliner Zeitung" la totale abolizione delle norme che proteggono i lavoratori contro i licenziamenti è il ministro-presidente della Bassa Sassonia, Christian Wulff (CDU). «Se si volesse preservare la gente dalla perdita del lavoro, non avremmo in questo Paese 6 milioni di disoccupati». «In Germania - prosegue Wulff - è due volte più difficile che in America rimanere disoccupati, ma è anche 13 volte più difficile riuscire a trovare un nuovo lavoro. Con ciò il divieto di licenziamento si ritorce contro quelli che dovrebbero essere protetti».
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