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Il titolo? Non lo traduco

I film non cambiano più nome: una moda italiana e provinciale

C'era una volta l'usanza di tradurre in italiano i titoli dei film stranieri. A volte le traduzioni suonavano ridicole e stravolgevano senza motivo apparente il senso del titolo originale. Nessuno ha mai capito perché "Tout ça... pour ça" di Claude Lelouch in italiano divenne "L'amante del tuo amante è la mia amante" o perché "The Sound of Music" e "The Shawshank redemption" si trasformarono rispettivamente in "Tutti insieme appassionatamente" e "Le ali della libertà".

Titoli ispirati semmai dalla trama, non certo dal riferimento al nome originale. Ma se non altro avevano il pregio, non indifferente, di essere in italiano.

Se oggi vi capita di sfogliare un giornale alla pagina dei film attualmente in programmazione nelle sale la prima reazione sarà quella di controllare che abbiate effettivamente fra le mani una rivista italiana. Perché dai titoli dei film, rigorosamente non tradotti (che fa molto trendy ma soprattutto tanto provinciale) il dubbio di essere alle prese con qualcosa di alieno nasce spontaneo.

Citiamo in ordine sparso: "Hollywood ending", "The Bourne identity", "Red Dragon", "Minority Report", "Femme fatale", "K19: The widowmaker", "Lagaan: once upon a time in India", "Signs"... e l'elenco potrebbe allungarsi a dismisura.

Se anche "L'uomo ragno" di cui da anni esiste un fumetto di successo alle nostre latitudini, sul grande schermo si riappropria del nome originale e torna a essere "Spiderman" e se l'indolenza è tale che persino un film come "Insomnia" debba mantenere il titolo d'Oltreoceano senza che nessuno si prenda la briga di trasformare la "m" in "n" (e non certo in omaggio al latino) evidentemente qualcosa non torna.

Nel villaggio globale non si può sacrificare tutto all'altare supremo del marketing. La propria identità culturale andrebbe difesa e preservata. E visto che, in tema di cinema, registi e attori di casa nostra non sempre ci riescono sarebbe opportuno, quando possibile, affidare la difesa del patrio idioma almeno alle case di distribuzione, con una preghiera: ricorrete più spesso al caro italiano. Please.


11  dicembre  2002

  Matteo Grandi
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Traduzioni assurde
Se la moda di lasciare i titoli in lungua rigorosamente originale è un vezzo del momento, in passato non mancava il fenomeno opposto: traduzioni sempre e comunque. A costo di stravolgere l'originale. Qualche esempio? "Home alone", che in italiano divenne "Mamma, ho perso l'aereo". O il flop con Madonna e Geena Davis. Il titolo originale era "A League of their own", ma da noi è arrivato col nome di "Ragazze vincenti". O ancora un piccolo cult come "I ragazzi della 56° strada". Il titolo in lingua originale? "The outsiders".
Traduzioni
fedeli

Raramente i titoli sono rimasti fedeli all'originale, ma a volte è successo. Esempi? "The untouchables - Gli intoccabili", "Goodfellas - Quei bravi ragazzi", "Ghostbusters - Gli acchiappa-fantasmi" "Neverendign story - La storia infinita". E anche fra le strenne cinematografiche natalizie ce n'è uno che ha mantenuto intatto il sapore dell'originale: "My big fat greek wedding", ovvero "Il mio grosso grasso matrimonio greco".

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