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C’era una volta la cronaca neraL’Italia dei delitti raccontata da Dino Buzzati: storie di sangue, di vita e di dolore. Oggi viviamo un’overdose di violenza
Storie maledette di delitti e di dolore. Storie di corpi riversi sul selciato, di lampeggianti blu e di sirene gracchianti. Storie di misteri irrisolti, di volti sconosciuti e di proiettili calibro 38. Storie rosse come il sangue e nere più del nero.
Fattacci brutti, pasticciacci e grandi tragedie che segnano come rughe il volto dell’Italia del passato e del presente. Non ci sono sui manuali di storia e nemmeno nelle analisi degli studiosi. Bisogna cercarle nei tiggì e nelle pagine dei giornali. Quelle di cronaca. Omicidi, rapine, incidenti stradali, disgrazie di terra, di cielo e di mare: il dolore racchiuso in quattro colonne, una foto in bianco e nero, un titolo che richiama lo sguardo.
Oggi la violenza colma gli occhi come un’overdose. La tragedia del quotidiano arriva nelle immagini riprese dalle telecamere, si sviluppa nei racconti degli inviati dei giornali, ritorna a più riprese (rap)presentata sotto mille forme diverse: Leno, Cogne, Chieri, Bali, Genova, San Giuliano. La morte cambia volto, destinazione, modi e costumi ma finisce sempre nel minestrone che tutti, più o meno, siamo abituati, ormai, a digerire. Anche il giornalismo si adegua: dove può sintetizza all’osso, dove riesce trasforma tutto in spettacolo.
Allora c’è una sorta di magica nostalgia nel leggere l’antologia a cura di Lorenzo Viganò dedicata a “La «Nera» di Dino Buzzati” e pubblicata in due volumi (Crimini e misteri – Incubi) nella collana degli Oscar Mondadori. La nostalgia di un’Italia diversa e, inequivocabilmente, di un giornalismo diverso che assume il valore di una “testimonianza poetica della realtà”. Dal passato emergono i volti di Maria Carlèsimo (che tenne per un anno e mezzo il cadavere della madre in un baule di casa), di Rina Fort (la belva di via San Gregorio) di Pia Bellentani (il delitto di villa d’Este).
Storie che si sommano a molte altre che riaffiorano dal passato del dopoguerra. Ogni volta, Buzzati, inviato del Corriere, arriva, osserva, si appunta tutto e scrive. E ogni storia diventa teatro, prova di un giornalismo neorealista. Bastano un paio di scarpe, una collana spezzata, una ciocca di capelli. Le notizie si trasformano in racconti, favole, confessioni. Il lettore si trova direttamente a fianco del protagonista della vicenda, con i suoi lati oscuri, la sua intimità, e si appassiona.
L’intreccio tra vita, destino e morte per Buzzati è un’attrazione fortissima. La realtà si trasforma in incubo come in una notte del 1947 quando ad Albenga persero la vita quarantatré bambini in una sciagura del mare . E poi, ancora, in dolore da vivere e raccontare in prima persona come durante il disastro del Vajont o da osservare in tutta la drammaticità dell’incidente di Superga in cui morirono quasi tutti i giocatori del Grande Torino.
Non c’è spettacolo mediatico nella “Nera” di Buzzati, ma la consapevolezza del non-senso, dell’inevitabilità, dell’impotenza dell’uomo di fronte alla tragedia.
6
dicembre
2002
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