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I sogni nel cassetto
di Pupi Avati

Il nuovo presidente di Cinecittà punta sul gioco
di squadra senza pregiudizi ideologici

Pupi Avati, il nuovo presidente di Cinecittà, ha la scrivania colma di biglietti d'auguri e congratulazioni. La sua missione non è facile, e lui confessa che non avrebbe mai accettato se fosse stata tale. «Non farò il burocrate - ha precisato subito all'inizio del nostro colloquio, quasi volesse allontanare da sé qualsiasi rischio di vedersi sommergere in breve tempo da carte di ogni genere - Voglio continuare ad essere considerato un regista cinematografico, tanto più in questo momento che sento di avere una creatività lussureggiante. Non è possibile che io abdichi a questa professione alla quale ho già dedicato qualche decina di anni della mia vita per venire a fare il funzionario...»

Lei è considerato un uomo al di sopra delle parti: cosa farà?

Se si tratta di mettere al servizio di altri che stanno per attivare un loro rapporto col cinema italiano o di quelli che sono stati trascurati e dimenticati, in modo concreto, e non demagogico, l'esperienza di un regista alternativo che ha incontrato più o meno tutti i problemi che un regista nell'arco della sua attività va a incontrare, beh allora sono la persona giusta, giustissima. So guardare ad un'opera cinematografica prescindendo se l'autore sia di destra o di sinistra. Se un film mi dà emozione e mi commuove è per me già una ragione sufficiente di qualità. E questa è per me, nelle vesti di presidente, una garanzia per il cinema italiano.

Sembra che negli ultimi tempi stia recuperando terreno. È solo un'impressione?

Direi di sì. Perché quei pochi film italiani di successo, quel pugno di registi che si stanno facendo strada sono troppo poco per poter parlare di un rinnovato interesse del pubblico verso i nostri prodotti.

La Francia si fece promotrice di un'azione protezionistica per difendere la propria cinematografia. Lei cosa ne pensa: è un'arma che ha qualche valore culturale, commerciale?

Le dico la verità: se sapessi darLe una risposta su questo argomento sarei un regista con trenta successi alle spalle. E invece no, la mia produzione è ha alti e bassi. Però è una filmografia continuativa che dimostra una presenza viva e attiva ogni anno. La nostra cinematografia ha, come è noto, dei limiti e dei condizionamento che non sto qui a elencare. Il suo limite maggiore è l'idea che possa esistere soltanto un cinema d'autore e che i generi cinematografici siano stati abbandonati, sottoconsiderati, non frequentati. Mentre i generi cinematografici sono i fondamenti, le colonne sulle quali si fonda una cinematografia che voglia avere un aspetto industriale. Perché in ogni suo momento il cinema si confronta con il capitale. Chiunque fa cinema si sporca le mani con il denaro. L'immaginario è commisurato al budget e oltrettutto il cinema esige consensi.

Il momento non sembra proprio dei migliori per destinare fondi pubblici al cinema..

È stato scelto il momento peggiore ma, nonostante quello che dicevo prima, il denaro non è tutto. Anzi, se guardo all'esperienza personale i miei film più riusciti sono stati quelli nati dalle difficoltà economiche maggiori. Punto a costituire qui a Cinecittà una squadra che sia in grado di fare una riflessione serena, obbiettiva e non demagogica sul passato, diciamo dal 1970 ad oggi. Cosa è successo? Quali sono le ragioni del declino della nostra cinematografia?

Prima ha accennato ai film che commuovono, che danno emozioni. Vorrei farLe una domanda sulla sua ultima opera "Il cuore altrove" che esce proprio in questi giorni. È una storia d'amore piuttosto singolare, ma qual è l'emozione, il messaggio che ha voluto lasciare al pubblico?

Sarò sincero, dopo il rapporto burrascoso con il cinema avuto inseguito all'insucesso di "I cavalieri che fecero l'impresa", volevo riconciliarmi con esso. Ero caduto in una sorta di incubo, di notti insonni nelle quali avevo veramente deciso chiudere con questo mestiere. Poi una mattina mi sono messo alla macchina per scrivere e parola dopo parola mi sono accorti che stavo scrivendo qualcosa che mi emozionava e, nello stesso tempo, mi faceva sorridere. Stavo tornando nel mio mondo, quello dei racconti della mia terra e della mia famiglia. Da lì è nato questo racconto che ha avuto una valenza terapeutica fortissima. Tornando ala messaggio, io non lo conoscevo facendo il film, diaciamo che ne ho preso coscienza una volta terminato. Ed è un messaggio forte, fortissimo: il protagonista, malgrado tutti i suoi limiti a e pudori nel suo rapporto con il mondo, è uno comunque che non riuscirà mai a cantare in un coro, perché lui canta troppo forte e viene cacciato via. È questa la metafora nella quale mi riconosco di più. Sarà sempre un solista, un qualcosa che è "fuori". Fa parte della mia indole: ai miei figli dico: quando vedete tutti correre rallentate, quando vedete tutti fermarsi, correte. È un po' più difficile, ma molto più interessante!

Un ultima domanda sul jazz. Dopo "Jazz band" e "Bix" ha raccontare storie legate al mondo della musica afroamericana?

Volevo fare un film su Jelly Roll Morton. Poi ho visto "Il pianista sull'oceano" di Tornatore dove lui viene citato e non è ho fatto più niente. La mia idea è ora più rivoluzionaria, perché ha a che fare con il jazz moderno italiano. Voglio raccontare la storia fanatstica di questi musicisti italiani che suonano benissimmo e hanno il jazz nel dna. Queste nuove generazioni hanno digerito e metabolizzato lo swing e il bebop: sono insuperabili e e poco conosciuti. Saranno loro i protagonisti del mio prossimo film.

19  gennaio  2003

  Andrea Muti
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La biografia
Pupi Avati è nato a Bologna il 3 novembre 1938. Regista, sceneggiatore e produttore è autore di decine di film per il cinema e per la televisione con alle spalle molti premi e riconoscimenti in Italia e all'estero. È stato membro della giuria del Festival di Venezia nel 1989 e membro della giuria del Festival di Cannes nel 1994. Ha ricevuto il premio Luchino Visconti alla carriera (David di Donatello) nel 1995. È stato nominato Cavaliere della Repubblica nel 1996 e ha ricevuto il premio De Sica nel 2001. Ha avuto una nomination italiana all'Oscar nel 1997 con "Il testimone dello sposo".
Cinecittà
Cinecittà Holding è la società pubblica che ha il compito di promuovere e tutelare la produzione cinamatografica nazionale. I suoi vertici sono stati nominati dal ministro Giuliano Urbani lo scorso 16 dicembre. Pupi Avati è il presidente e Ubaldo Livolsi l'amministratore delegato. La holding controlla al 100% l'Istituto Luce, all'85% Italia Cinema e il 25% di Cinecittà Studios, glistabilimenti cinematografici più grandi d'Europa.
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