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Reality shock

La tv inglese è pronta a mandare in onda le immagini di un aborto. I cattolici insorgono

Il programma un nome ce l'ha già: "My foetus", il mio feto. I filmati ci sono, il montaggio è stato ultimato, manca soltanto la data definitiva della messa in onda, prevista per fine aprile. L'intenzione degli autori del canale inglese Channel Four è quella di mettere in piedi uno show in bilico tra il reality e il talk. Immagini e commento. Ma sono le immagini che fanno discutere: un filmato, durata 30 minuti, di un aborto su un feto di quattro settimane, con sequenze di altre interruzioni di gravidanza effettuate su feti dalle dieci alle ventuno settimane, quando, cioè, cominciano a distinguersi bene gli arti e il volto. In studio, pronti a dire la propria, due gruppi: da una parte le associazioni pro-vita, dall'altra quelle pro-scelta.

Nel 2001 gli antiaboristi tentarono di far trasmettere sulle tv inglesi quelle stesse sequenze, all'interno di uno spot pubblicitario, ma il prodotto finale venne considerato troppo crudo e cancellato dalla programmazione. Oggi, però, molti tabù sono crollati e Channel Four vuole abbattere anche l'ultimo. Prash Naik, capo dell'ufficio legale dell'emittente, ha però specificato che lo show verrà mandato in onda dopo le 23 e preceduto da fior di avvertimenti, e che su mezz'ora di filmato sono poche le inquadrature cruente, il resto delle riprese ha lo scopo di raccontare cosa accade durante questo tipo di intervento. Dietro le quinte, a tirare le fila, c'è Julia Black, documentarista indipendente, che a 21 anni si sottopose a un aborto e che a 34 è diventata madre di una bambina: «Ho deciso di includere le sequenze dei feti di 21 settimane perché, per quanto scioccanti, ripugnanti e sconfortanti, rappresentano la realtà. Razionalmente sappiamo che abortire significa porre fine a una potenziale vita umana, ma perché quando vediamo come sono questi feti, rimaniamo così sconvolti? Ecco, volevo che si uscisse dal solito pigro e sterile dibattito, volevo che la discussione si trasformasse in un confronto onesto».

L'annuncio del controverso show ha immediatamente registrato una serie di reazioni diverse. Ann Furedi, capo dell'agenzia "BPAS: Abortion Care", ha dichiarato che sicuramente le immagini contribuiranno a rendere il dibattito più schietto, ma ha poi aggiunto: «Comunque, siamo onesti, le donne che vengono da noi e ci chiedono di abortire sanno perfettamente a cosa vanno incontro». Meno favorevole l'arcivescovo di Birmingham, Vincent Nichols, che ha liquidato la questione con una dichiarazione secca: «Qualsiasi filmato che mostri un aborto è da considerarsi detestabile per un cattolico». In Italia il quotidiano vaticano, l'Osservatore romano, ha stroncato l'iniziativa parlando di «aberrante cosificazione di un essere umano», concludendo l'invettiva con un auspicio: «C'è da augurarsi che ci possa essere un ripensamento. Ne guadagnerebbe l'antica scuola inglese dell'informazione». Ma l'antica scuola inglese ha già mandato in onda, sullo stesso Channel Four, altre trasmissioni shock: la morte di una persona, un'autopsia e immagini di operazioni chirurgiche che soltanto qualche anno fa erano considerate inaccettabili.

17  aprile  2004

  Giorgia Camandona
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L'Osservatore romano
Per il quotidiano vaticano «siamo ormai tra lo spazio dell'iperrealismo ginecologico e la moda dilagante del reality show: tutto ciò che costituisce una realtà deve essere esposto». Denuncia l'organo ufficiale della Santa Sede: «Siamo all'ennesima, squallida puntata sulla messa in scena televisiva di un tragico evento personale. L'abbaglio potrebbe essere costituito dal fatto che tale programma sia in favore della vita, secondo l'uso del terrorismo audiovisivo di alcune emittenti fondamentaliste americane». In tutto ciò «il concetto di libertà di stampa o di messa in onda televisiva non ha niente a che vedere con il fatto di cui si parla - avverte il quotidiano vaticano -. Si sa che il consumo in prima e seconda serata determina una forma amorfa di acquiescenza negli spettatori e la tensione alla presenzialità: esserci o arrivare a essere comunque esposti pur di esistere sullo schermo, da gioco momentaneo rischia di diventare un disvalore sempre più diffuso».
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