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Hillary, un futuro nel passato

L'infanzia da piccolo genio, la carriera, la Casa Bianca, lo scandalo Lewinsky e il Senato. Prossima tappa?

Il successo era annunciato, il lancio in grande stile (uscita il 9 giugno, in contemporanea in Europa e negli Usa, traduzione in più lingue). Il libro della ex first lady, ora senatrice dello Stato di New York, Hillary Rodham Clinton ha già venduto un milione di copie, anzi, romanzi a parte, è il libro che ha venduto più copie in così breve tempo. L'editore si sta affrettando a ristampare, l'autrice si sta godendo il successo (e il denaro: si parla di compensi di milioni di dollari), concede qualche esclusiva e saltella da un party all'altro. Un malloppo di 640 pagine, tanto per un'autobiografia, anche se la protagonista è lei, la donna più umiliata al mondo, la donna che ha dovuto sorridere e abbozzare quando su tutti i giornali Monica Lewinsky raccontava delle avventure sessuali con il presidente Bill, esibendo il vestitino ancora "macchiato d'amore". E quella parte del libro è quella che ha fatto più discutere finora, ma a dirla tutta è la più insignificante. Qualche paginetta per riassumere l'accaduto, un paio di righe per dire «avrei strozzato mio marito se avessi potuto» e «mi sentivo umiliata, mi aveva mentito, per la prima volta» e due parole per dire che la vicenda è stata orrenda per tutti e tre, in fondo anche per Monica.

Tolto il dente, il resto del testo è affascinante. Lo stile impeccabile e le vicende avvincenti. Certo, pensare che non si tratti di un grande spot elettorale è un po' ingenuo, ma Hillary ha già detto che non si candiderà alle prossime presidenziali. Vogliamo non crederle? Tutto è raccontato con grande candore e tanto amor patrio. Gli scandali finanziari Whitewater e Travelgate sono due enormi errori giudiziari, anzi, due orrende persecuzioni messe a segno dai nemici politici della famiglia Clinton. La riforma sanitaria portata avanti da Hillary la più completa mai realizzata. Le manovre fiscali di Bill le più efficaci. La presidenza democratica la più giusta e nobile.

La prima parte del libro è forse la più noiosa: l'infanzia della futura first lady, le scuole, l'impegno politico nei repubblicani (sì, nei repubblicani) portato avanti dalle scuole medie fino ai primi anni di università (poi è arrivato il '68 e insieme a quello Bill Clinton), gli amici bene, di famiglie bene, che frequentano scuole bene e che finiscono per avere carriere brillanti e ruoli importanti alla Casa Bianca, in un intreccio stupefacente di conoscenti ed ex compagni di studi. Fino alla proposta di matrimonio (che Hillary ha orgogliosamente rifiutato per poi accettare qualche anno dopo) e alle prime avventure in Arkansas. Poi le difficoltà (e l'ossessione) di essere una donna in carriera nel Sud degli Stati Uniti, le lamentele dei cittadini che non volevano che la moglie del governatore dell'Arkansas mantenesse il proprio cognome invece di usare quello del marito, la frase di Nixon, incontrato a una conferenza: «Se la moglie dà l'impressione di essere troppo forte e troppo intelligente, il marito fa la figura dell'inetto». E non contento aggiunse che gli elettori tendevano a concordare con l'affermazione del cardinale Richelieu: «L'intelletto in una donna è disdicevole».

Infine arriva la grande campagna elettorale, la corsa per le primarie e il miraggio della Casa Bianca. I primi scontri con la stampa e i litri di inchiostro sprecati sui giornali americani per discutere di come si pettinava la moglie dell'aspirante presidente. Il cerchietto: troppo brava ragazza. Il ciuffo: vuole sembrare una perfetta moglie americana, in realtà chissà cosa nasconde. Il capello corto: troppo aggressivo. La fascia colorata: troppo campagnola. E così via. Articoli per cui ancora oggi sul New York Times alcuni giornalisti si scusano. E l'incontro con la famiglia Bush, una cena seduta accanto a George (padre) in cui si parla di sanità. Hillary spiega al presidente in carica che gli Usa hanno un tasso di mortalità infantile che li pone al diciannovesimo posto nel mondo. Superati, tra gli altri, da Giappone, Francia e Canada. Bush nega, lei insiste «controlli le statistiche» e il giorno dopo Bill riceve un biglietto da Bush: «Di' a Hillary che aveva ragione».

Fino alla vittoria, ai primi giorni a Washington, alla difficoltà di allevare la figlia Chelsea in una città come quella, all'impegno per la riforma sanitaria e a quella che Hillary ha definito «la sindrome del cane parlante». Tutti erano talmente stupiti che una donna potesse ragionare con tanta competenza di una materia così complessa, che non stettero neppure a valutare i contenuti, ma applaudirono come si applaude un cane che cammina su due zampe. Il libro si conclude con un breve racconto dell'ascesa alla poltrona di senatrice e lascia una sensazione, forte: e se la cosa migliore che possa capitare agli Stati Uniti e al resto del mondo fosse il ritorno dei Clinton alla Casa Bianca? Ottimo lavoro, bersaglio centrato.

24  giugno  2003

  Giorgia Camandona
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Se Bill mena le mani
Parlando di Dick Morris, guru della politica americana, stratega di altissimo livello, Hillary racconta di come questi abbia rifiutato di occuparsi della campagna elettorale per Bill. E riporta questa frase: «Non mi piace il modo in cui sono stato trattato Hillary. La gente è stata cattiva con me». E liquida la questione con poche altre parole. A Morris la faccenda non è piaciuta per niente. Così dalle pagine della rivista National Review, con una lettera aperta, fa sapere che le cose non sono andate esattamente così: «Cara Hillary, nel tuo nuovo libro racconti correttamente che quando tu e Bill mi chiedeste di aiutarvi a evitare una sconfitta alle elezioni del Congresso nel 1994, io ero riluttante a farlo. Ma poi dichiari, sbagliando, che la mia riluttanza era dovuta alle difficoltà di lavoro con il vostro staff». E prosegue: «Il vero motivo per cui ero riluttante era che Bill Clinton aveva cercato di picchiarmi nel maggio del 1990, mentre tu, lui, Gloria Cabe ed io eravamo insieme nella sua residenza di Governatore dell'Arkansas. In quel momento Bill era preoccupato, rischiava di perdere le primarie; mi assalì verbalmente perché riteneva che io non avessi dato alla sua campagna l'attenzione che lui riteneva necessaria. Offeso dal suo tono, mi voltai e lasciai la stanza. Bill mi corse dietro, mi fermò, mi gettò a terra e si preparò a colpirmi, finché non giungesti tu e gli fermasti il braccio, gridandogli di smetterla e di riprendere il controllo. Poi mi portasti tra i giardini della casa e mi dicesti, "Lo fa solo con le persone che ama." Poi quando la storia rischiò di saltar fuori durante la campagna del 1992 fosti tu a dirmi, "di' che non è mai successo"».
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