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La guerra dei pacifisti Proteste, articoli al vetriolo, adesivi, cartelli. Gli americani si oppongono al conflitto
«Sono un uomo buono e caro, ma ho un lavoro fa fare». Con queste parole George W. Bush rispose a un'intervista pochi giorni dopo l'11 settembre. E il suo compito lo sta portando a termine, come promesso. D'altra parte la parola di un cowboy vale oro. Agli americani, però, tutta questa voglia di guerra comincia a preoccupare. Va bene punire bin Laden per aver buttato giù le torri, ma andare a stuzzicare Saddam, secondo due terzi della popolazione, potrebbe aumentare il rischio di attentati. Da più parti del coro si levano voci di critica e per le strade spuntano i primi manifestanti, al posto dei fiocchi gialli con le scritte «We support our troops», stiamo con i nostri soldati, che ai tempi di "Desert Storm" rincuoravano tanto papà Bush. In un sondaggio condotto online dal prestigioso settimanale "Time", alla domanda «quale Paese nel 2003 rappresenta una minaccia alla pace mondiale» l'83,7% delle persone ha risposto gli Stati Uniti, l'8,7% l'Iraq e il 7,6% la Corea del Nord.
Il giornale satirico "The Onion" fa titoli in serie: «Peggiora la crisi economica, Bush dichiara: dobbiamo invadere l'Iraq»; «Rapporti Usa - Corea del Nord, Bush dichiara: dobbiamo invadere l'Iraq». John Le Carré (romanziere inglese di successo, ex membro dei servizi segreti della corona) ha pubblicato un articolo sul "Times" intitolato "Gli Stati Uniti d'America sono impazziti" in cui dichiara che il re è nudo. Dice che Bush è stato graziato da Osama, perché se non ci fosse stato lui ora dovrebbe spiegare agli americani cos'è successo con la Enron, perché con le sue leggi favorisce i ricchissimi e riduce in miseria i poveri, perché ignora bellamente i trattati internazionali sull'ambiente e soprattutto dovrebbe chiarire per quale motivo gli Usa devono spendere milioni di dollari per andare a distruggere l'Iraq. Uno dei più grandi misteri della storia è come Bush e i suoi siano riusciti a deviare la rabbia degli americani, da Osama a Saddam. «Le armi di distruzione di massa di Saddam - prosegue Le Carré -, se ancora ne ha qualcuna, sono noccioline in confronto a quelle che Israele e l'America sarebbero in grado di rovesciargli addosso con soli 5 minuti di preavviso. Quello che è in ballo non è un'imminente minaccia terroristica o militare, ma l'imperativo di crescita economica degli Usa. Quello che è in ballo è il bisogno che l'America ha di dimostrare a tutti noi - all'Europa, alla Russia, alla Cina, alla povera, piccola, folle Corea del Nord e a tutto il Medio Oriente - chi comanda in America e chi è comandato dall'America». E cominciano a comparire i primi adesivi sulle automobili: «Anche la pace è patriottica».
Due attivisti canadesi, David Langille e Christy Ferguson, del gruppo Rooting out evil, sradicare il male, hanno lanciato una paradossale campagna di reclutamento online. Chi si offre volontario farà parte delle truppe che andranno a ispezionare siti americani in cerca di armi di distruzione di massa. Mark Hertsgaard, autore del libro "L'ombra dell'aquila. Perché l'America affascina e fa infuriare il mondo", dopo aver girato in lungo e in largo l'Europa e l'Asia, torna a casa e parla di "media diet", di una specie di regime che, negli Usa, controlla la stampa e fa in modo che le informazioni vengano filtrate, gestite magistralmente e in modo del tutto uniforme, per muovere l'opinione pubblica di qua e di là, come fosse una pedina. E racconta del difficile rapporto che gli altri Paesi hanno con gli Usa: «Bush ha chiesto all'Onu di scegliere: dare il supporto agli Stati Uniti in caso di attacco preventivo all'Iraq oppure opporsi e mostrare al mondo quanto la loro opinione sia irrilevante. Che cosa avremmo detto se questa intransigenza l'avesse mostrata il cancelliere tedesco Schroeder? Probabilmente che è un novello Hitler».
Ma il ragionamento di Bush sembra essere convincente, nella sua chiarezza quasi lapalissiana: «La ragione per cui facciamo scoppiare la guerra è per combattere la guerra, vincere la guerra e di conseguenza non causare più guerre». Una frase storica che il presidente pronunciò durante il suo primo dibattito.
27
gennaio
2003
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