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La tratta dei cervelli indiani

Ingegneri e tecnici di Bombay sbancano nella net economy

Gli americani li cercano come pepite d’oro. Per averli, aumentano ogni anno i visti d’ingresso per immigrati qualificati. Il cancelliere Schroeder ha aperto la caccia (e le frontiere) per sopperire al deficit tedesco di cervelli: sfidando la forte opposizione interna.

Sono i mercenari indiani della tecnologia (ingegneri, tecnici, specialisti informatici); i veri protagonisti della net economy. In un paese dalle mille contraddizioni, dove impera una povertà senza limiti, dove i bambini bevono acqua dai fiumi inquinati, i giovani sembrano avere una naturale inclinazione per informatica, programmazione e affari: tanto che le università, nonostante una forte selezione, sfornano 16mila laureati l’anno.

A iniziare la transumanza furono, negli anni ’70, gli americani che vedevano nell’India e nell’Asia un serbatoio di manodopera a basso costo. Loro sono piombati a frotte nella Silicon Valley contribuendo a fare grandi molte industrie Usa. Rapidamente hanno fatto carriera, tanto che oggi circa 800 grandi aziende hi tech della «Valley» (con fatturato superiore a 3,5miliardi di dollari e oltre 17mila dipendenti) sono guidate da questi manager.

Capaci, molti si sono anche messi in proprio fondando aziende che in California danno lavoro a decine di migliaia di americani con un fatturato di oltre 7mila miliardi. In India, intanto, società e tradizioni stanno cambiando insieme al piccolo schermo. Milioni di persone abbandonano cinema, teatri, bazar, incontri serali a prendere il tè con gli amici, per vedere le gare di cricket o «Chi vuol essere milionario» il quiz a premi britannico esportato in 31 paesi (Italia compresa) che mette in palio 10milioni di rupie (mezzo miliardo) a puntata.

Povertà che insegue il mito della ricchezza. Uno sviluppo come quello creato nell’area di Bangalore (ribattezzata Bangalore Valley) in parte grazie alle multinazionali estere (per esempio Microsoft, Motorola, Texas Instruments) che hanno impiantato qui le loro filiali. Ma soprattutto, questa è la vera novità, grazie al rientro dei cervelli ex emigranti. Fondatori di compagnie quotate sul Nasdaq che hanno risolto un terzo dei problemi del software mondiale legati al Millennium bug.

Con la sua carenza di 300mila computer-specialisti, anche il Vecchio continente dovrà adeguarsi: la corsa è cominciata.

27 settembre 2000

  Fabio Dotti
  dalla rete
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  Chi è Bill Gates?
Il padre aveva una dittarella che produceva olio di girasole. Lui l’ha presa in mano. Poi, nel 1977, ha diversificato lanciandosi per primo nel mercato dei personal computer che assemblava e commerciava attraverso una rete di venditori. Oggi Azim Hasham Premji, 54 anni, è il secondo uomo più ricco del mondo dietro a Bill Gates. Semplice e schivo come un indiano doc, gira con una vecchia Ford Escort e alloggia in hotel a 3 stelle. Ma la sua azienda, la Wipro, è la depositaria unica del sistema Wap che vende a tutti i produttori mondiali, oltre a essere impegnata in mille settori: dalle saponette agli apparecchi medicali. Il Nasdaq lo aspetta, la Fiat stringe alleanze con lui. Per di più, in un paese dove impera la corruzione, tutti gli riconoscono di essere un uomo onesto.
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Ramesh Taurani è un altro protagonista del miracolo tecnologico indiano. Partito confezionando succhi di frutta, è il magnate della Tips Industries, colosso della musica e dei film (non solo a Bollywood, la Hollywood di Bombay), lanciatissimo negli mp3 e in internet. Osannato in patria, si porta dietro una grana mica da ridere. Tre anni fa lo accusarono di essere implicato nell’omicidio del rivale in affari: Gulshan Kumar, il re delle audiocassette freddato da tre killer. Un tempo erano entrambi emergenti del settore. Taurani decise di raddoppiare il prezzo dei nastri; Kumar di dimezzarlo: cosa che gli costò le ire dell’industria musicale. E adesso Taurani è in una situazione incredibile: accusato e fuori su cauzione, con il suo impero nello stesso tempo incassa entusiasmi e fiducia dagli investitori in borsa.
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