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«'Nchia chessito»
Pagine web semiserie sul mito dei tamarri
Tamarropoli è una città virtuale. Si gira esclusivamente su scooter truccati e smarmittati, si ascolta solo musica tunz-tunz e umpah, umpah, umpah, il sabato si va sempre in disco, si fuma una sizza dietro l'altra, ci si fa la lampada tre volte alla settimana, si deambula su zeppe da vertigini, si sfoggiano improbabili suonerie del telefonino e si gioca a calcio con le mani in tasca…
Il fascino che gli abitanti di questa città esercitano sugli internauti è una vera sorpresa. Sarà per lo spirito di osservazione stimolato dal navigare… Ma la "fenomenologia del tamarro" riempie pagine e pagine web. Si va dalla Lega organizzata tamarri associati, in cui questi pittoreschi personaggi «si idolatrano» - non senza un certo snobismo intellettuale da neo-Rousseau (ricordate il mito del buon selvaggio?) - «al punto di farli essere esempio di vita spensierata e non curante degli standard della società», fino al sito antitruzzo, magazine online di cultura punk, rock e alternativa, in cui però l'unico, l'indiscusso protagonista è proprio lui.
Non c'è niente da fare, che si odi o che si ami una sola cosa è certa: il tamarro non lascia indifferenti. Anzi: di lui si sa tutto. Come si veste, come parla, come si diverte, come si sposta (si può persino votare per il motorino più zarro o ammirare online le truzzo-mobili più accessoriate), come si riproduce...
L'interesse che suscita è quasi scientifico. Ci sono le sfumature geografiche (lo zarro lombardo, il truzzo piemontese, il coatto romano…), le sottocategorie (la tamarra semplice, per esempio, a Napoli può degenerare in vrenzola), teorie evoluzioniste, paragoni con esemplari esteri. Anche il dizionario Garzanti online si è dovuto adeguare: accanto alle classiche definizioni "zoticone, cafone", ha aggiunto "giovane di periferia che veste alla moda, ma in maniera volgare". Ora tocca all'enciclopedia Treccani aggiungere una voce.
21 febbraio 2001
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